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Processo Gradoli - Una delle ipotesi del tenente Gasparollo sulle macchie "non identificate" in casa Esposito

“Le tracce potrebbero essere state cancellate”

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Elena Pilli, antropologa molecolare

– Sangue, dna e filmini porno.

Di questo si è parlato all’ultima udienza del processo Gradoli, che vede imputati Paolo Esposito e la sua amante Ala Ceoban per duplice omicidio e occultamento di cadavere.
In aula, questa mattina, i consulenti tecnici del pm Renzo Petroselli, Lorenzo Giampieri e Luca Gasparollo dei Ris, e l’antropologa molecolare nominata dal gip, Elena Pilli.

Sono stati loro a condurre gli accertamenti sui computer e sulle tracce di sangue trovate nella villetta di via Cannicelle, a Gradoli.

E’ qui che Paolo viveva con la sua convivente moldava Tatiana Ceoban e la figlia 14enne di lei, Elena, entrambe misteriosamente scomparse dal 30 maggio 2009.

“Le tracce potrebbero essere state cancellate”

La relazione della Pilli era già stata “sviscerata” in fase di indagini preliminari. Quando, in aula, davanti al gip Rita Cialoni, la dottoressa illustrò i risultati delle analisi eseguite in sede di incidente probatorio.
Su trenta tracce analizzate, venti sono sicuramente di sangue e riconducibili a Tatiana. Le altre dieci, invece, risultano negative. Ovvero non determinabili.

Potrebbero contenere dna umano, appartenente a Elena, Tatiana. Persino ad Ala o Paolo. Ma né la Pilli né i Ris possono dirlo con certezza.

“In mancanza di un’apprezzabile quantità di materiale organico – hanno spiegato la Pilli e Gasparollo -, i test diventano inaffidabili. Più la traccia è piccola e più è difficile accertarne la natura e la paternità”. E’ il caso delle macchie trovate sull’intonaco della cucina di casa Esposito. O in un angolo della vasca. O sulla soglia di una delle stanze della villetta. Tutte tracce destinate a rimanere un’incognita per gli stessi periti. Perché il dna contenuto al loro interno non è estraibile. Ammesso che ci sia.

“I casi, a questo punto, sono tre – ha spiegato il tenente del Ris di Roma Luca Gasparollo -. O il materiale è troppo poco perché possa essere esaminato. O la traccia non è di sangue. O, al contrario, era di sangue, ma è stata distrutta, al punto da non rendere più riconoscibili i globuli rossi”.

In parole povere, qualcuno potrebbe aver lavato via le tracce di sangue e, con esse, tutto il loro bagaglio biologico. Un lavoro pulito, spiega Gasparollo, per il quale non servono milioni di litri d’acqua, come sostenevano le difese degli imputati. Basta uno straccio, un acido, un detergente. L’emoglobina (se di sangue si tratta) si degrada e la macchia diventa biologicamente irriconoscibile.

Quella delle tracce lavate, però, è solo una goccia nel mare delle ipotesi. E il peggio è che nessuna strumentazione tecnica, a detta dei periti, potrebbe confermarla. “Forse – spiega Gasparollo – solo un chimico, attraverso dei tamponamenti, potrebbe risalire al tipo di sostanza eventualmente usata per cancellare le tracce. Noi, con gli strumenti di cui disponiamo, non siamo in grado di verificarlo”.

“Il sangue non vola – avrebbe aggiunto, poi, Gasparollo, fuori dall’aula -. E se è stato trovato sulle pareti di casa, è verosimile che fosse anche sul pavimento (ndr. dove, però, la prova del luminol ha dato esito negativo). A meno che non abbia sfidato le leggi della gravità”.

Immagini pedoporno nei computer di Esposito

L’ultima parte dell’udienza è stata incentrata sui rilievi di Lorenzo Giampieri, maresciallo del reparto tecnologie informatiche del Ris.

Giampieri ha esaminato tre computer e un hard-disk di Paolo Esposito, oltre al portatile di Ala, due dvd, un cd e un nastro vhs.

Su uno dei computer di Esposito, quello che si trovava nella sede del circolo di An, in via Piave, il maresciallo ha trovato la cronologia delle conversazioni Skype tra i due imputati, oltre a diverse foto di Ala seminuda, scattate con la webcam. Nello stesso computer, Giampieri ha scovato una serie di filmati pedopornografici. Dettagli che non hanno impensierito la difesa di Esposito. Il pc di via Piave, obiettano i suoi legali, Enrico Valentini e Mario Rosati, non aveva password ed era utilizzabile da chiunque si trovasse a passare per il circolo di An.

Insussistente, sempre per la difesa di Esposito, anche l’accusa di detenzione di materiale pedopornografico trovato nel secondo computer. Qui, infatti, la maggior parte dei files è senza contenuto. Come se fossero stati cancellati e sovrascritti.

Di pedopornografico, spiega il maresciallo Giampieri, è rimasto solo il nome dei files, che descriverebbe atti sessuali di minori e non. I filmati, però, non si aprono. Le uniche immagini visibili sono quattro e ritraggono giovani donne in abiti succinti. Ma non è dato sapere se siano minorenni o no.

Quanto al pc di Ala, il materiale trovato corrisponde a quello del computer di Esposito. Anche qui c’è la cronologia dei messaggi Skype e le foto hard scattate con la webcam. Con la differenza che, stavolta, il soggetto è Esposito.

11mila messaggi in quattro mesi

Più interessante ancora, è la sterminata mole di messaggi trovati da Giampieri su un disco di backup. 11mila, tra sms, ems e mms, che i due amanti si sarebbero inviati tra il giugno e l’ottobre 2007.

Una quantità esorbitante di contatti, che proverebbe che la relazione tra i due era stabile e duratura, anche se non ancora vissuta alla luce del sole.

Ma soprattutto, quegli sms, secondo i legali di parte civile Luigi Sini e Claudia Polacchi, dimostrerebbero che Ala e Paolo erano ansiosi di iniziare una nuova vita insieme. E in questo progetto non potevano trovare posto né Elena, né tantomeno Tatiana, considerate dai due un intralcio alla loro felicità.


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6 novembre, 2010

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