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Palio, il rischio zero non esiste ma…

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Francesco Mattioli [4]

Francesco Mattioli

– Il ministro Brambilla afferma che è venuto il momento di “cancellare per sempre palii e altre feste popolari che comportino il maltrattamento di animali… e chiudere certe anacronistiche tradizioni… perché i tempi sono cambiati e si è affermata una nuova coscienza di rispetto per gli animali… bisogna adeguarsi”.

Parallelamente, il Codacons invita a “riflettere sull’opportunità di consentire in Italia lo svolgimento di manifestazioni che possono provocare danni e lesioni agli animali”.

Queste argomentazioni non fanno una grinza. Però…

Però, come tutti i discorsi che non fanno una grinza, nascondono una serie di sottaciute aporìe e di principi dati per apodittici che mal si prestano ad avviare un discorso maturo.

Tutto ciò mi ricorda antiche diatribe sulle corse automobilistiche, che datano ai tempi delle Mille Miglia, e giungono fino alla tragica morte di Ayrton Senna: di fronte a tanti incidenti mortali, molti si buttarono sulla proibizione e l’abolizione delle gare di velocità. Sappiamo come è andata a finire: le corse si fanno ancora, ma certamente le condizioni di sicurezza sono enormemente migliorate.

Ora, i loro proclami, la Brambilla e il Codacons, dovrebbero anche esibirli a proposito del Palio di Siena, e magari verso tutto lo sport ippico, anche quello olimpico, le corse di levrieri, i circhi, gli zoo e via elencando, tutte situazioni in cui si registrano continui, quanto inevitabili “danni e lesioni agli animali”. Cioè dovrebbero portare l’attacco non tanto ad un paese di ottomila anime della Tuscia, ma laddove il business turistico, sportivo e commerciale rastrella centinaia di milioni di euro e coinvolge centinaia di migliaia di persone: e poi, come canta Enzo Jannacci, “vedere di nascosto l’effetto (anche elettorale) che fa” (parentesi mia).

Non solo; se la profonda analisi sociologica della Brambilla (“i tempi sono cambiati”) va portata fino alle estreme e logiche conseguenze, dovremmo anche abolire, chessò, il pugilato, perché in una società eticamente evoluta non è ammesso che due energumeni se le diano di santa ragione sperando che l’altro si faccia male (cioè vada kappaò); o la caccia, che abbatte migliaia di animali a fucilate e consente ad un individuo armato di penetrare nella proprietà altrui;

Insomma, non confondiamo la realtà con le emozioni del momento. La tragedia della povera Tiffany non va presa alla leggera e probabilmente ha ragione la Procura ad accusare di superficialità gli organizzatori per come hanno approntato il percorso e per come hanno provvedutoper la sicurezza di pubblico e animali.

La “nuova coscienza di rispetto per gli animali” di cui parla la Brambilla impone che certe manifestazioni oggi si possano fare se, e soltanto se, sono state garantite tutte le condizioni di sicurezza necessarie.

Può darsi che alcune di queste manifestazioni debbano essere ridimensionate e altre abolite, se non si possono assicurare le massime condizioni di sicurezza, per mancanza di fondi o per inamovibili condizioni ambientali.

Come giustamente rileva il sottosegretario Martini, con condivisibile saggezza, certe manifestazioni vanno svolte “ nella legalità e nel rispetto delle norme vigenti in materia” altrimenti “ le tradizioni nel nostro Paese si uccidono con grave danno d’immagine, di certo non si aiuta a preservarle”.

Ma in questo caso il discorso è del tutto diverso: non si tratta di abolire e censurare tradizioni centenarie che costituiscono il nerbo dell’identità cittadina e della cultura folclorica locale, ché sarebbe soltanto una prova di superficialità emotiva e un atto di prevaricazione autoritaria; si tratta invece di maturare un senso di civiltà e di rispetto, e una crescita morale e sociale che esige la messa in massima sicurezza di qualsivoglia manifestazione, al fine di evitare spettacoli cruenti, dolore, offese all’uomo e alla natura.

In tal caso, non sarebbe la tradizione folclorica ad essere abolita, ma andrebbero aboliti quegli organizzatori che non sanno o non vogliono rispettare le regole.

Qualcuno dirà: la messa in sicurezza a certi livelli è talmente costosa, che sarebbe come decretare la fine di molte manifestazioni. Vero: e qui, devono intervenire le istituzioni, gli enti locali, per sostenere quelle tradizioni che fanno parte integrante del patrimonio socioculturale di una comunità; devono intervenire i privati, che tramite la sponsorizzazione dell’evento possono ottenere un proficuo investimento commerciale; e possono operare gli stessi organizzatori, che devono saper uscire da una mentalità puramente paesana e cercare di ottenere la massima considerazione da parte degli interlocutori pubblici e privati.

In altre parole, l’estremismo superficiale degli abolizionisti e il campanilismo spinto di chi pensa che, dopo Tiffany, “tutto va ben madama la marchesa”, liberando così sia gli uni che gli altri la propria coscienza da ogni scrupolo e ogni dubbio, non risolvono il problema e non sono le basi su cui partire per evitare che incidenti del genere si ripetano.

E’ sacrosanto proteggere tutte le manifestazioni del folclore, perché come asserivano Gramsci e De Martino, è il folclore che forgia la coscienza di sé di un popolo: ma è anche vero che la coscienza di un popolo cresce, si evolve, matura, può essere plasmata a livelli etici più elevati. Ed è anche vero che, secondo gli esperti, il rischio zero non esiste: ma è dovere degli uomini spingere il livello di sicurezza in più vicino possibile a quello zero.

Francesco Mattioli


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