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Infermiere condannato per violenza sessuale - Parla la donna abusata in ospedale

“Sento ancora le sue mani addosso”

di Stefania Moretti
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Piergentili il giorno dell'arresto; accanto a lui il capo della mobile Fabio Zampaglione

Piergentili il giorno dell'arresto; accanto a lui il capo della mobile Fabio Zampaglione

Il pm Renzo Petroselli

Il pm Renzo Petroselli

L'avvocato Paolo Delle Monache

L'avvocato Paolo Delle Monache, che assiste Anna insieme al collega Alfredo Perugi

– Prima paura. Poi ribrezzo. Poi anche rabbia. Ma la rabbia l’ha trasformata in forza per raccontare e denunciare. E alla fine il giudice – donna come lei – le ha dato ragione.

A due giorni dalla condanna dell’uomo che l’ha violentata mentre era in un letto d’ospedale, Anna (il nome è fittizio) è serena. Non cerca vendetta. Non l’ha mai cercata. L’unica cosa che voleva era impedire a quelle mani di allungarsi su altre donne, aggiungendo altro dolore al suo.

L’infermiere riconosciuto come responsabile degli abusi su di lei è Giovanni Piergentili, 57enne di Sant’Oreste, sposato, padre di due figli e caposala all’ospedale di Civita Castellana. Giovedì mattina, il gup Franca Marinelli lo ha assolto dalle accuse di peculato e detenzione di materiale pedopornografico, condannandolo a cinque anni e quattro mesi per violenza sessuale. La pena massima richiesta dal pm Renzo Petroselli.

“Lì per lì non riuscivo a capire niente – racconta Anna, in esclusiva, a Tusciaweb -. Ero confusa e stordita. Ma anche felice per aver visto coi miei occhi che la giustizia esiste e che non è poi così difficile ottenerla, quando si ha ragione. Per tutti questi mesi sembrava quasi che la vera vittima fosse lui…”. L’allusione è alla fiaccolata organizzata a luglio dai colleghi di Piergentili per chiederne la scarcerazione.

O a quei giornali schierati fin da subito dalla parte dell’infermiere e per i quali la denuncia di Anna appariva come fantascienza. L’effetto allucinogeno dell’anestesia, come gli avvocati di Piergentili hanno cercato di lasciare a intendere nelle loro arringhe finali. Ma lei ricorda tutto alla perfezione. Come fosse ieri. E in modo così lucido e reale che dimenticare, per ora, è impossibile.

“Sento ancora le sue mani addosso  – racconta Anna non senza sofferenza -. Me lo rivedo mentre mi chiede se mi piace. Il solo pensiero mi fa venire il voltastomaco, perché si è approfittato di me nel momento in cui ero più indifesa. Se l’avessi incontrato per le scale da sveglia, avrei avuto la forza di respingerlo… ma in quella situazione, sedata sul lettino, non avrei mai potuto oppormi. E lui lo sapeva”.

All’arrivo in ospedale, Anna era già provata. Doveva fare quell’esame per precauzione: suo padre era morto qualche mese prima e lei accusava i suoi stessi sintomi. E’ entrata con la paura di essere malata ed è uscita a pezzi. Disgustata. Ma con le idee già chiare su cosa fare. Si è rivolta prima alla polizia e poi al suo medico. Tempo due giorni e la denuncia era pronta.

“Non potevo assecondarlo – dice -. E non potevo permettere che facesse ad altre donne quello che ha fatto a me . Denunciarlo era l’unico modo per fermarlo. La polizia e il pm mi hanno difesa, capita e aiutata, anche se non è stato facile. Quando l’ho riconosciuto dalle foto ho pianto. E mi sono chiesta spesso perché tutto questo sia successo a me.

Ho finito per convincermi che, forse, è stato meglio così. Io, almeno, ho avuto il coraggio di denunciarlo. Se al posto mio si fosse trovata un’altra donna, forse, lui sarebbe ancora libero di girare per l’ospedale e di fare ad altre la stessa cosa”.

Il pensiero di Anna è andato subito alla sua bambina. “Sono una donna e una madre. A mia figlia ho raccontato tutto, perché viviamo in un paese piccolo ed era giusto che sapesse questa cosa da me. Ma soprattutto, volevo insegnarle che non dovrà mai chinare la testa e rimanere in silenzio. Specialmente se subisce un’ingiustizia. Che madre sarei stata altrimenti?”.

Quella di giovedì mattina non è che la sentenza di primo grado. La difesa di Piergentili ha già annunciato l’appello. Anna si affida ai suoi avvocati. Affronterà tutto, un passo alla volta. E col tempo, forse, riuscirà a dimenticare. Per il perdono è ancora troppo presto. “Lui ha un grosso problema con se stesso, prima di averlo con me. Il perdono non spetta a noi… e ora come ora non riesco a provare nessun sentimento per lui. Anche l’odio è un sentimento e io non glielo regalo. Mi fa solo schifo. E vorrei che tutto questo finisse al più presto”.

Stefania Moretti


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29 ottobre, 2011

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