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Viterbo - Intervista ad Andrea Vannini esperto del settore e docente della facoltà di Agraria all'università della Tuscia

Verde pubblico, Marini bocciato dal prof

di Francesca Buzzi
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Andrea Vannini

Andrea Vannini

Andrea Vannini
Andrea Vannini
Andrea Vannini
Andrea Vannini

– Verde pubblico, Marini bocciato dal prof.

Manca una corretta pianificazione, mancano tecnici competenti e le gare d’appalto per individuare le ditte alle quali assegnare i lavori sono fatte nel modo sbagliato.

Insomma la gestione del verde pubblico dell’amministrazione comunale è del tutto insufficiente. Si merita un cinque in pagella. E per recuperare servono interventi mirati e che durino nel tempo.

A giudicare Marini dalla cattedra è Andrea Vannini, esperto del settore e docente del Dibaf (Dipartimento per l’innovazione nei sistemi biologici, agroalimentari e forestali – ex facoltà di agraria) dell’università della Tuscia dove insegna: patologia forestale, Patologia degli alberi e arbusti ornamentali, Patologie vegetali e principi di biotecnologie fisiopatologiche. In più, nemmeno a farlo apposta, ha tenuto un corso di studi proprio sul verde urbano.

Cosa c’è, nello specifico, di sbagliato nella gestione del verde urbano di Viterbo?
“I problemi sono tanti e partono dalla considerazione che Viterbo è una città che ha una storia importante. Il verde è in parte “storico” o comunque legato a dei quartieri antichi, e in parte “moderno” penso ad esempio alle rotatorie o agli spazi verdi delle zone di periferia. La sfida da vincere è questa: riuscire a gestirlo nel modo migliore puntando sulla tradizione nelle aree storiche e sull’innovazione in quelle di nuova generazione.

Il verde, se ben sfruttato, può essere una grande opportunità per l’immagine della città. E’ multifunzionale in quanto può dare dei benefici estetici, ricreativi e per la salute. A ridosso delle nuove costruzioni, ad esempio, è possibile progettare alcuni tipi di vegetazione che favoriscono l’efficienza energetica influendo per almeno 3 o 4 gradi di temperatura e quindi farebbero risparmiare sul riscaldamento o il raffreddamento degli appartamenti”.

Questo tipo di progettazione viene presa in considerazione dal Comune?
“Direi proprio di no. Questo è uno dei problemi più grandi. A Viterbo si interviene sempre per l’emergenza del momento e a posteriori. Non c’è una oculata pianificazione. E’ quello che accade ad esempio per la potatura degli alberi nei viali. Spesso si ricorre a delle capitozzature esagerate e improvvise che sono interventi rapidi, ma che non tengono conto della natura delle piante che avrebbero bisogno di una cura più sistematica e duratura nel tempo”.

Quanto alle rotatorie, invece, cosa ne pensa della miriade di fiorellini scelti ad esempio per quella di Valle Faul?
“Io personalmente non avrei mai scelto i fiorellini per le rotatorie. Al di là del costo delle piantine e della manutenzione di cui hanno bisogno, credo che debba essere considerato anche un aspetto “culturale”. Si potrebbe per esempio decorare le rotonde con dei piccoli arbusti tipici della nostra zona che non necessitano di interventi frequenti e che potrebbero anche funzionare da cartolina della città, facendo saltare subito all’occhio del turista le bellezze paesaggistiche tipiche della Tuscia”.

Prato Giardino, il parco per eccellenza della città, è in uno stato evidente di degrado. Cosa si potrebbe fare per renderlo più dignitoso?
“Prato Giardino, in tema di verde pubblico, è la storia della città. Un’antica piazza d’armi, poi diventata villa privata e oggi, infine, giardino pubblico dei viterbesi. Quanto alla gestione ci sono delle particolarità forse un po’ incongruenti tra loro poiché la cura di Prato Giardino è affida al Comune anche se la zona è sotto la giurisdizione della sovrintendenza.

Comunque si potrebbe fare molto, anzi si dovrebbe fare molto di più. Il patrimonio arboreo è vastissimo. Ci sono specie esotiche, c’è anche una sequoia, ma la manutenzione è stata così tanto trascurata che tempo fa si sono anche verificati dei crolli di alcune piante. Rischio altissimo in particolare per le persone che lo frequentano.
Sbagliato, poi, usare il parco come location per manifestazioni con un pubblico di massa come quelle estive degli anni passati. Troppa gente crea confusione e degrado anche alle piante. Prato Giardino va “riconsegnato alla storia”.

Come spazi ricreativi adatti a un pubblico più ampio si deve puntare su altre zone, più lontane dal centro, come l’area verde che va da Valle Faul all’Arcionello.
Proprio su Pratogiardino, poi, diversi anni fa ho effettuato insieme ai miei studenti un’analisi approfondita che è stata consegnata al Comune, ma non ha mai avuto seguito”.

L’università, quindi, si interessa al verde pubblico. E una collaborazione con il Comune sarebbe fattibile?
“Certo che sì. L’Università è ben contenta di fare la sua parte se viene interpellata. E, soprattutto, non chiede nemmeno soldi. Noi i finanziamenti li attingiamo da altre fonti, quindi una collaborazione non sarebbe affatto dispendiosa per l’amministrazione. Le idee poi non mancano mai. Qualche anno fa, ad esempio, insieme alla passata giunta provinciale avevamo elaborato un piano di sviluppo del verde di tutta la Tuscia a costo zero che però è rimasto in sospeso per il cambio al vertice dell’amministrazione.

Poi, per dirne un’altra, basta pensare all’ottimo lavoro svolto dalla professoressa Anna Scoppola con il Comune per il recupero e la risistemazione del Bullicame. I risultati si vedono e non è neanche difficile raggiungerli.

Questo è il punto focale della questione: il Comune ha bisogno di un comitato apposito per il verde pubblico che sia composto da professionisti e tecnici del settore provenienti sia da Palazzo dei Priori, sia dall’Università, sia liberi professionisti della Tuscia”.

Un team di persone valide ed esperte riuscirebbe già a fare tanto. Poi cos’altro servirebbe? Quali consigli darebbe a Marini (che dopo le dimissioni di Arena ha anche la delega al verde pubblico ndr) per ottenere dei buoni risultati?
“Il primo consiglio è quello, appunto, di creare una commissione di esperti ad hoc. Poi bisogna entrare sul mercato puntando sulla competitività tra le ditte che si occupano di verde pubblico. Infine, e questo è il punto cruciale, si deve cambiare radicalmente il modo nel quale vengono gestite le gare di appalto. Non si devono fare più gare al massimo ribasso. Si dovrebbe, invece, considerare il valore mediano tra le offerte più alte e quelle più basse senza sottovalutare la qualità dei servizi offerti. Il rapporto qualità-prezzo è fondamentale quando si deve concludere qualsiasi operazione di mercato. Anche nel settore del verde pubblico, quindi, è così”.

Detto tutto questo, che voto darebbe alla gestione attuale del verde pubblico?
“Cinque. La sufficienza non c’è proprio”.

Francesca Buzzi


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21 novembre, 2011

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