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Manca defibrillatore, a giudizio per omicidio colposo

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Manca defibrillatore, soccorritore a giudizio per omicidio colposo.

Un arresto cardiaco lo ha stroncato improvvisamente a vent’anni. Era l’estate del 2007. A uccidere il ragazzo, originario di Bolsena, è la sindrome di Brugada, una patologia genetica che colpisce soprattutto i giovani. Il cuore si ferma all’improvviso. Senza nessun sintomo.

A giudizio per omicidio colposo finisce il governatore della Misericordia di Bolsena G.A.V.. Secondo il pm Paola Conti, sarebbe responsabile del mancato addestramento dei volontari della Misericordia, ma soprattutto dell’assenza di un defibrillatore sull’ambulanza che ha soccorso il giovane.

Ed è proprio sul defibrillatore che si gioca l’intero processo, in corso al tribunale di Viterbo.

Per i genitori del ragazzo – costituitisi parte civile e assistiti dall’avvocato Stefania Scarpati – l’apparecchio avrebbe potuto salvare la vita di loro figlio e doveva essere sull’ambulanza.

Di tutt’altro avviso l’imputato – difeso dall’avvocato Vincenzo Dionisi – che, ascoltato all’udienza di ieri mattina, ha spiegato come la legge vigente all’epoca non vincolasse i volontari della Misericordia a dotarsi di un defibrillatore sulle ambulanze. “La norma – ha detto l’imputato in aula – è diventata obbligatoria solo tre anni dopo il fatto”.

Dopo di lui, è salito sul banco dei testimoni il direttore della centrale operativa del 118 di Viterbo Vittorio Altomani, che ha precisato che “il ruolo del soccorritore è sempre subordinato a quello del personale del 118”. Secondo il dirigente dell’Ares viterbese, inoltre, l’obbligo di avere a bordo un defibrillatore, all’epoca dei fatti, sarebbe stato vigente solo in forza di una convenzione Misericordia-118. E, almeno nel 2007, la Misericordia di Bolsena non era convenzionata.

Il collegio dei giudici, presieduto da Gaetano Mautone (a latere Eugenio Turco e Michele Romano) ha aggiornato la seduta al 7 febbraio 2012, per continuare con le altre testimonianze.


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