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Tribunale - Costituitosi parte civile l'imprenditore che ricevette una testa d'agnello

Operazione Lions, in otto alla sbarra

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Claudio Pezzini, 58enne

Claudio Pezzini

Spartaco Pasquini, 45enne

Spartaco Pasquini

Sebastiano Masuero, 46enne

Sebastiano Masuero

Marco Gentile 44enne

Marco Gentile

Romolo Esposito, 59enne

Romolo Esposito

Severino Cuseo, 56enne

Severino Cuseo

Sandro Baratto, 58enne

Sandro Baratto

(s.m.) – Spaccio, usura, minacce. E poi, ancora, banconote false, furto e ricettazione di opere d’arte.

Queste le accuse di cui dovranno rispondere in tribunale, a vario titolo, le otto persone arrestate a settembre nell’ambito dell’operazione Lions.

La prima udienza del processo, con rito immediato, si terrà questa mattina, al palazzo di giustizia viterbese.

Il blitz, scattato il 10 settembre scorso, è il seguito dell’ondata di perquisizioni dell’ottobre 2010. In quell’occasione furono trovati i due leoni in porfido da 700mila euro, rubati a Lucca, da cui prende il nome l’operazione.

11 le ordinanze di custodia cautelare. La posizione di tre indagati – tra cui l’unica donna coinvolta – è stata archiviata. A giudizio andranno i restanti otto: l’antiquario 59enne bolsenese Claudio Pezzini; il 46enne Spartaco Pasquini, unico imprenditore di pompe funebri a Bolsena; Marco Gentile, 45enne di Gradoli; Romolo Esposito, 60enne di Vetralla; Sebastiano Masuero, 47enne calabrese residente a Soriano. E poi i tre imputati non viterbesi: Enea Antoci, Severino Cuseo e Sandro Baratto, arrestati a Voghera, Porto Santo Stefano e Sarzana (La Spezia).

L’inchiesta partì da un’estorsione a danno di Pezzini e del nipote. Indagando su di loro, i carabinieri scoprirono che l’antiquario sarebbe stato a sua volta coinvolto in un furto in una casa a Bolsena, in un episodio di usura e nella ricettazione di alcune opere d’arte di grande valore.

Al furto contestato a Pezzini avrebbe partecipato anche uno degli altri indagati, il torinese Sandro Baratto.

Quanto alla ricettazione di opere d’arte, devono risponderne Pezzini, Antoci, Gentile e Cuseo. Tra le opere presumibilmente ricettate, oltre ai leoni, anche un reliquiario ligneo risultato rubato nel ’33 in provincia di Perugia. Anch’esso fu recuperato durante le perquisizioni del 2010.

La testa d’agnello insanguinata a un imprenditore e le buste con proiettili a un carabiniere e a un consigliere comunale sarebbero invece state inviate dall’impresario di pompe funebri Spartaco Pasquini. L’unico a Bolsena. E che, proprio per questo, secondo il pm Stefano D’Arma, avrebbe scelto la via delle minacce.

Pasquini, per l’accusa, voleva continuare ad avere il monopolio della sua attività. Da qui, secondo gli inquirenti, deriverebbero le intimidazioni. Al consigliere, perché aveva proposto un nuovo bando di gara per l’appalto dei servizi cimiteriali. Al carabiniere, perché indagava su Pasquini per l’episodio della testa d’agnello. E all’imprenditore, perché sembrava intenzionato a estendere i suoi affari nel Bolsenese.

Quest’ultimo si è costituito parte civile al processo.

Per la testa d’agnello, stando alle indagini, Pasquini si sarebbe fatto aiutare dal calabrese Masuero, anche lui chiamato a difendersi stamattina al processo, insieme agli altri sette.


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7 febbraio, 2012

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