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Inchiesta Asl - Gli avvocati: "Aspettavamo questo momento da quattro anni"

Aloisio interrogato dai pm per sei ore

di Stefania Moretti
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Giuseppe Maria Aloisio, ex direttore generale della Asl di Viterbo

Giuseppe Maria Aloisio, ex direttore generale della Asl di Viterbo

Aloisio in Procura

Aloisio va in Procura

Aloisio in Procura
Aloisio in Procura
Aloisio in Procura

Sei ore dai pm. E non è ancora finita.

Ieri pomeriggio Giuseppe Aloisio si è sottoposto a un interrogatorio fiume davanti ai pm Stefano D’Arma e Fabrizio Tucci, titolari della maxinchiesta Asl (fotocronaca).

L’ex direttore generale dell’azienda sanitaria viterbese è l’indagato numero uno. Entrato alle 15 nella Procura di via Falcone e Borsellino, ne è uscito solo in serata, poco dopo le 21.

A carico di Aloisio, le ipotesi di reato di turbativa d’asta, corruzione, concussione, falso ideologico e abuso d’ufficio.

Quella di ieri è soltanto la prima tranche di un interrogatorio chiesto dall’ex direttore generale e incentrato solo su alcune delle tante contestazioni che i magistrati gli muovono.

La seconda parte del colloquio coi pm si terrà a breve.

La data non è ancora stata fissata. E anche se fosse, gli avvocati non sarebbero mai così tanto kamikaze da comunicarla ai giornalisti.

Per ora incassano l’esito, a detta loro soddisfacente, del primo incontro di ieri in Procura.

Era da tempo che aspettavamo questo momento – spiega l’avvocato Alessandro Diddi, che difende Aloisio insieme ai colleghi Roberto e Francesco Massatani -. Finalmente, dopo quattro anni, ci siamo confrontati con i pubblici ministeri. Abbiamo illustrato i fatti precisamente, descrivendone lo svolgimento in modo diverso da come è stato prospettato dalla Procura. Si può dire che abbiamo sbrogliato una parte di questa enorme matassa. L’inchiesta è fatta di documenti, dietro ognuno dei quali ci sono motivazioni che abbiamo spiegato. I pm le hanno recepite e, da qui in poi, potranno fare nuove valutazioni”.

In sei ore i magistrati hanno approfondito con l’ex numero uno della Asl di Viterbo diversi punti caldi dell’inchiesta, a cominciare dagli appalti truccati, secondo i pm, da Aloisio e altri indagati. Uno è quello da tre milioni di euro alla Ati Lavin per i servizi di sterilizzazione dei ferri chirurgici. L’altro, da 18 milioni di euro e durata di sette anni, fu affidato alla Ati Abbott per la fornitura di servizi di diagnostica per i laboratori della Asl.

E poi, ancora, l’accentramento dei servizi alla Cittadella della salute, in via Enrico Fermi 15, attuale sede dell’azienda sanitaria viterbese. Un immobile scelto da Aloisio & Co. “già prima dell’indizione della procedura a evidenza pubblica”, come scrivono i pm nell’avviso di conclusione delle indagini.

Si è parlato anche delle ipotesi di concussione contestate ad Aloisio nell’ambito del filone sulla casa di cura di Nepi, di proprietà degli imprenditori indagati Roberto e Fabio Angelucci. Nient’altro che ordini che, secondo la Procura, l’ex direttore avrebbe impartito ai suoi sottoposti, “mediante abuso delle qualità rivestite e dei poteri esercitati”.

E infine il caso Aureart, l’associazione i cui interessi, sempre secondo i pm, sarebbero stati assecondati da Aloisio e altri.

Già nei giorni immediatamente successivi alla chiusura dell’inchiesta, l’ex direttore generale della Asl aveva annunciato di voler incontrare i pm.

Lo stesso è intenzionato a fare l’altro indagato Mauro Paoloni, difeso anche lui da Diddi.

Su Paoloni, consulente strategico di Aloisio all’epoca della sua dirigenza (dal 2005 al 2009), pendono le stesse ipotesi di reato dell’ex direttore, esclusa la concussione.

Dopo la notifica degli avvisi di conclusione delle indagini, a febbraio, gli interrogatori sono l’ultima spiaggia per gli indagati. L’estremo tentativo di chiarire la propria posizione per strappare ai pm l’archiviazione, al posto della richiesta di rinvio a giudizio. Richiesta che comunque, anche se fosse avanzata, come annunciato dal procuratore capo Pazienti, non arriverebbe a breve.

Le altre persone sotto inchiesta stanno ancora valutando se presentare memorie difensive o farsi anche loro interrogare dai pm che, prima della prossima mossa, dovranno sentire tutti gli indagati disponibili a farsi ascoltare.

La richiesta di rinvio a giudizio, insomma, può attendere.

Stefania Moretti


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7 aprile, 2012

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