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Tribunale - Domani l'ascolto dell'ultimo testimone, più requisitoria del pm e arringhe degli avvocati

Crollo del museo civico, si avvicina la sentenza

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Crollo del Museo Civico 25 maggio 2005

Il crollo del Museo Civico del 25 maggio 2005

Crollo del Museo Civico 26 maggio 2005
Crollo del Museo Civico 26 maggio 2005

Il pm Paola Conti

L'avvocato Roberto Alabiso

L'avvocato Roberto Alabiso

L'avvocato Marco Russo

L'avvocato Marco Russo

L'avvocato di Mario Rossi, Giovanni Labate

L'avvocato Giovanni Labate

(s.m.)- Si avvicina la sentenza del processo per il crollo del museo civico.

Dopo due anni passati a discutere su quella crepa sulla parete della pinacoteca collassata, accusa e difesa tirano le somme. E all’udienza di domani, 11 aprile, dopo aver ascoltato l’ultimo testimone, presenteranno ognuno le proprie richieste: il pm Paola Conti nella requisitoria, i legali degli imputati nelle arringhe finali.

La sentenza potrebbe arrivare già domani, salvo imprevisti o interventi troppo lunghi di accusa o difese.

Gli imputati sono quattro, due geometri e due architetti del Comune di Viterbo. Tutti accusati di aver trascurato le segnalazioni riguardanti proprio quella crepa, definita, durante il processo, microfessura da alcuni e presagio di un sicuro cedimento da altri.

Certo è che la tragedia fu evitata per un soffio, quel 25 maggio 2005, quando la parete della pinacoteca del museo di piazza Crispi si sbriciolò in un cumulo di macerie.

Sono le 18,15 quando l’ala del museo collassa. A quell’ora avrebbe dovuto tenersi l’inaugurazione della mostra “Caccialtesoro”. Miracolosamente i tempi si allungano e l’evento slitta. Pochi minuti che salvano la vita alle oltre duecento persone che aspettavano di entrare.

Solo una donna romena e il nipotino restano feriti, ma senza lesioni preoccupanti: escoriazioni per il bimbo e una prognosi di un mese per la signora, per una lieve frattura alla spina dorsale e una ferita lacero contusa alla testa.

A fare le spese del disastro è soprattutto il patrimonio artistico della pinacoteca. Un prezioso coro ligneo di noce della fine del Cinquecento, due opere del Settecento di Mazzanti, un sarcofago etrusco in terracotta e una vetrina con bronzetti etruschi finiscono in frantumi. Per danni che ammontano a milioni di euro.

Per due anni il pm Paola Conti ha insistito sulla tesi della tragedia evitabile. E per due anni le difese hanno ribattuto sottolineando l’operosità del Comune che, a ogni lettera della dirigenza del museo, rispondeva con un sopralluogo. Ma la verità, secondo le difese, è che nessuno si sarebbe interessato alla crepa che ha determinato il crollo, nemmeno i responsabili del museo. Tant’è che, come spiegano gli avvocati degli imputati, “esiste una sola missiva inviata dall’allora direttrice del museo all’ufficio tecnico e riguardante quella crepa. Una lettera del 2000 alla quale, poi, non hanno fatto seguito altri interventi”.

Ma se non si parlò più della famosa crepa, fu solo perché la direttrice del museo era stata tranquillizzata in merito da due architetti del Comune, uno dei quali imputato al processo. E’ lei stessa a raccontarlo, all’udienza del 24 febbraio 2011, davanti al giudice del tribunale di Viterbo Eugenio Turco.

“Dopo la lettera del 2000 – ha spiegato, in aula, la direttrice – gli architetti fecero un sopralluogo. Mi tranquillizzarono sottolineando che non c’erano problemi di cedimento e che non dovevo preoccuparmi”.

Da quel momento in poi la crepa è rimasta sulla parete. Fino al crollo del 25 maggio di sette anni fa.


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10 aprile, 2012

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