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Tribunale - Requisitoria del pm: "Trascurati i segni premonitori del disastro"

Crollo museo civico, chieste quattro condanne

di Stefania Moretti
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Il pm Paola Conti

L'avvocato Marco Russo

L'avvocato Marco Russo

L'avvocato Giovanni Labate

L'avvocato Giovanni Labate

L'avvocato Roberto Alabiso

L'avvocato Roberto Alabiso

Tre anni e mezzo di reclusione per quattro imputati.

Termina così la requisitoria del pm Paola Conti al processo per il crollo del museo civico di Viterbo.

Il sostituto procuratore ha chiesto la condanna a un anno per il dirigente del settore Lavori pubblici Paolo Izzi e per l’architetto Ferdinando Contessa. Chiesti, invece, nove mesi ciascuno per i geometri Simone Morucci e Fabio Pizzi.

Il j’accuse del pm Conti era iniziato all’udienza dell’11 aprile, con la prima parte della requisitoria, incentrata sulla ricostruzione dei fatti e sulle testimonianze raccolte al processo. Giovedì 19, la seconda parte sulle perizie tecniche e le richieste di pena. Per un totale di quasi quattro ore di requisitoria.

“Nessun crollo è improvviso – ha affermato il magistrato, leggendo la relazione del perito Fugger, nominato in fase di incidente probatorio -. Ci sono sempre segni premonitori e, in questo caso, sono stati trascurati”.

Il riferimento è alle crepe sulle mura del museo. Una sul lato destro e una sul lato sinistro della parete della pinacoteca crollata il 25 maggio 2005. Se n’è parlato infinite volte al processo, tentando di capire se si trattasse davvero di segni premonitori o di semplici microfessure. Ma per l’accusa conta poco: “Il problema – sostiene il pm – non è stabilire l’ampiezza delle lesioni, ma accertare il fenomeno in atto. Cosa che non ha fatto nessuno”. Ecco perché il magistrato parla di “condotta omissiva” e “mancato monitoraggio”. Ancor meno tollerabili, per l’accusa, nel caso di un edificio come quello del museo civico, ricostruito nel dopoguerra con materiali residuali e, quindi, bisognoso di controlli continui.

“Alle richieste di intervento della direzione del museo, gli imputati hanno risposto stappando i water e cambiando i rubinetti, in presenza di segnalazioni di fatti gravissimi – ha continuato il pm -. Il crollo del museo ha messo in pericolo la pubblica incolumità, senza che sia stato fatto nulla per impedirlo”.

Concetto che l’accusa ha ulteriormente sottolineato citando una sentenza del tribunale di Terni, che ha condannato un ingegnere e un geometra dell’Anas per non aver messo in sicurezza un tratto di strada in cui avvenne un incidente mortale. “Sono i singoli – si legge sulla sentenza del giudice Santoloci  – che devono decidere e rendere attive le scelte (…) ciascuno secondo il proprio ruolo, piccolo o grande, ognuno per quello che può e deve fare (…). Ma qui nessuno ha mai fatto nulla”. Conclusioni che, secondo il pm, valgono anche per i quattro imputati al processo sul museo.

La parola passa ora alle difese, per la prossima udienza del 16 maggio, ore 15.


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19 aprile, 2012

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