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Cultura - Intervista al maestro Stefano Vignati che racconta il lungo lavoro che ha portato al debutto dell'Italian operafestival negli Usa

American dream? No, realtà

di Paola Pierdomenico

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Il maestro Stefano Vignati

Il maestro Stefano Vignati

– American dream? No, realtà.

Parlare di sogno americano ormai non ha più senso. Dopo anni di lavoro l’Italian operafestival è pronto al debutto. Ne è consapevole il maestro Stefano Vignati che il 30 maggio al Soka performing arts center di Aliso Viejo si prepara a dirigere un’orchestra di 55 elementi per il concerto inaugurale della manifestazione.

“E’ il punto di arrivo di tantissimi anni di lavoro – afferma il maestro -, sei dei quali sono stati fatti a Viterbo, ed è anche il coronamento di anni di rapporti internazionali con gli Stati Uniti”.

Protagonista  della manifestazione sarà la musica, ma non solo. “In questo progetto abbiamo messo insieme tante cose che non sono solo l’arte e la musica. C’è spazio anche per la formazione. Un’orchestra di ragazzi parteciperà al festival, rappresentando l’Italia. E’ composta da 38 giovani della provincia e di altre parti del paese che stanno facendo un corso di alta formazione cofinanziato dal Fondo sociale europeo e dal dipartimento della Gioventù della presidenza del Consiglio dei ministri.

Il progetto inoltre è promosso dall’Unione Province italiane per il progetto Azione Province giovani, dall’assessorato alla Formazione della Provincia di Viterbo e dalla Regione Lazio“.

Largo ai giovani che saranno comunque affiancati da esperti. “Ci saranno anche professionisti americani e poi si unirà la Youth philharmonic orchestra di San Diego”. Per un totale di 55 elementi.

Non mancheranno artisti famosi. “Ci saranno Bruno Praticò che lo scorso anno si è esibito anche a Viterbo e altri artisti importanti come Romina Casucci e Sergio Bologna. Un bel cast, insomma”.

Per la prima volta sarà rappresentato anche il progetto Impariamo l’opera che punta a sensibilizzare i ragazzi. “E’ una novità – afferma soddisfatto Vignati -. A Viterbo ci sono già state quattro edizioni. Questa volta arriverà anche negli Stati Uniti con l’Elisir d’amore di Donizetti. Chiuderemo il festival con il Rigoletto di Verdi, un’opera che mi piaceva portare in rappresentanza della tradizione musicale italiana”.

La crisi economica ha investito il paese in tutti i settori e la cultura non è rimasta fuori. Ma questo non ha fermato il maestro nell’investire su una manifestazione di così grande portata. “Siamo riusciti a mettere insieme tanti elementi, tra cui corsi di formazione e importanti sponsorizzazioni, come Bulgari che sarà il principale partner dell’evento americano. Alla fine credo riusciremo a fare una manifestazione di buon livello. Non è un rischio e non mi sento coraggioso ad averlo fatto, perché in qualche modo la cultura paga. E’ un’industria che dà lavoro alle persone.

Il settore va sovvenzionato e tenuto vivo, perché produce ricchezza sia spirituale che materiale. Questa è stata la nostra missione e continueremo a portarla avanti, pur nelle difficoltà. Del resto, tutti sono i settori lo sono. L’importante è non farli morire”.

Viterbo sarà una parte integrante del progetto. “Il festival, oltre a rappresentare per il 90 per cento la parte musicale, è anche un’esportazione dei nostri prodotti. La Tuscia sarà presente con la Provincia di Viterbo, la Camera di commercio e il Comune di Castiglione in Teverina che esporranno vini e oli. In più porteremo il teatro dell’Opera di Roma con i costumi in mostra lo scorso anno a palazzo dei Priori e ci sarà l’artista viterbese Marco Zappa con le sue opere”.

Il clima culturale americano è favorevole a questo tipo di manifestazioni. “Il nostro paese è percepito bene oltreoceano, dal campo della cultura a quello della moda e dell’enogastronomia. La cultura in generale ha una grande importanza”.

Due tradizioni che, pur lontane dunque, si conciliano bene. “L’Italia è sempre ben vista. Il posto in cui si svolgerà il festival, poi, non è digiuno in questo campo. Non stiamo andando nel centro dell’Africa. L’America è appassionata di opera. I più bei teatri sono lì: il Chicago opera, il Metropolitan e il Los Angeles opera con direttore artistico Placido Domingo. Gli americani sono aperti e curiosi di vedere il prodotto italiano fatto dagli italiani“.

Lo stesso vale nel reperire fondi per promuovere le attività culturali. “C’è sempre difficoltà nel trovare finanziamenti, ma in America la situazione legislativa è più favorevole. Negli Usa invece di pagare le tasse è possibile donare il corrispettivo per forme d’arte. Questo, certo, aiuta un po’ di più, ma la crisi è mondiale e anche qui non mancano le difficoltà”.

L’appuntamento è quindi per il 30 maggio. “Sono abbastanza preoccupato – conclude il maestro senza nascondersi -. Portare un’orchestra dall’altra parte del mondo sarà un’impresa. Solo arrivare sarà un successo – afferma poi scherzando -. Non è la prima volta che facciamo cose di questo genere però e penso andrà bene. Il pubblico americano ci ha dimostrato di voler conoscere una parte d’Italia che non sia solo Roma, Venezia o Firenze”.

Paola Pierdomenico


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22 maggio, 2012

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