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“Non è un omicidio di mafia, è una disgrazia di droga”

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Il procuratore capo Alberto Pazienti e il pm Renzo Petroselli

Il procuratore capo Alberto Pazienti e il pm Renzo Petroselli

Il procuratore capo Pazienti

Il procuratore capo Pazienti

Il pm Renzo Petroselli

Il pm Renzo Petroselli

Attilio Manca, il medico trovato morto a Viterbo nel 2004

Attilio Manca, il medico trovato morto a Viterbo nel 2004

“Non è un omicidio di mafia. E’ una tragedia di droga”.

Così il procuratore capo di Viterbo Alberto Pazienti descrive la parabola di Attilio Manca, medico 35enne di Barcellona Pozzo di Gotto morto a Viterbo otto anni fa.

La conferenza stampa indetta oggi dal numero uno della Procura è “la resa dei conti”. Con gli atti inoltrati ieri ai sei indagati [3], l’inchiesta sulla morte dell’urologo arriva al capolinea. E il finale è nettamente diverso da quello prospettato dai familiari (video [4]).

Non c’è un delitto di mafia. Né un suicidio. Né la mano di Provenzano dietro alla dose mortale di eroina iniettata nel braccio del medico. Ci sono cinque richieste di archiviazione e un unico avviso di conclusione delle indagini, per quella che Pazienti definisce “la fornitrice ufficiale di stupefacenti ad Attilio Manca”: Monica Mileti. Unica donna e unica romana dei sei indagati. Gli altri provengono tutti da Barcellona Pozzo di Gotto (Messina), città di Manca.

“Trascorsi i tempi tecnici del deposito degli atti, la Procura ne chiederà il rinvio a giudizio – afferma Pazienti -. Un’ipotesi di reato è quella di aver illecitamente acquistato e ceduto ad Attilio Manca un quantitativo imprecisato di eroina in località sconosciuta, in epoca anteriore e prossima alla data della morte, 12 febbraio 2004. L’altra, è aver cagionato la morte, quale conseguenza non voluta, per edema polmonare successivo all’assunzione di un elevato quantitativo di eroina ceduta dall’indagata”.

Il procuratore capo e il sostituto Renzo Petroselli parlano di “autoinoculazione certa” dell’eroina in endovena, e di “mancinismo tutt’altro che puro”. Manca era un urologo specializzato in un’avanzata tecnica di chirurgia laparoscopica. Impossibile che non sapesse usare anche la mano destra. Nessuno può dire con certezza che non fosse in grado di iniettarsi l’eroina sul braccio sinistro con la mano destra. Le impronte sulla siringa non sono rilevabili. Ma non è detto che non ci siano.

L’esame tricologico sui capelli del medico accerta la presenza di tracce di stupefacenti. “Ciò non vuol dire che fosse tossicodipendente – afferma Pazienti -, ma che facesse uso di droga occasionalmente. Circostanza confermata anche da diversi testimoni”.

Tutto il resto è “leggenda metropolitana”. Compresa la mafia. Comprese le telefonate di Attilio dalla Francia, “che non risultano dai tabulati”. Compreso il setto nasale rotto, “che rotto non è mai stato”. Compresa la fuoriuscita del sangue che ha inondato il piumone in cui Attilio era riverso e che “non è segno di colluttazione, ma conseguenza dell’edema polmonare”.

E se si è dovuti passare per tre richieste di archiviazione, prima di concentrare l’attenzione sull’indagata, è solo perché non erano emersi elementi sufficienti per individuarla come possibile fornitrice di droga. Elementi che, ora, risulterebbero non solo dall’inchiesta della Procura viterbese, ma anche dalle indagini parallele dei magistrati di Messina.

“L’avvocato dei Manca – spiega il pm Renzo Petroselli – inviò un esposto alla Procura di Messina nel 2011. La Procura trasmise gli atti alla Direzione distrettuale antimafia, che archiviò le posizioni di Ugo Manca, Salvatore Mondello e Angelo Porcino. Il fascicolo è arrivato a Viterbo che, raccogliendo gli input della magistratura messinese e la richiesta del gip di accertamenti sulle siringhe in casa di Manca, ha proceduto per reati ordinari, riguardanti l’assunzione di stupefacenti. La mafia non c’entra altrimenti la Dda non avrebbe archiviato”.

La “leggenda Provenzano”, a detta del capo della Procura, “è una croce che dobbiamo portarci dietro noi, qui a Viterbo. Anche se altre procure antimafia prima di noi hanno archiviato. La prima cosa che ho trovato sulla mia scrivania, al mio arrivo in Procura a Viterbo, nel 2008, è stata una richiesta di chiarimento sulla nostra seconda richiesta di archiviazione del caso. Ma i Manca non hanno mai ritenuto di dover venire a parlare con me. La verità fa male, ma non possiamo costruirne un’altra: per noi questo non è un fatto di mafia, ma una tragedia di droga. Chi ritiene il contrario deve rassegnarsi”.

Stefania Moretti


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