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Tribunale - Ieri le repliche del pm e dei difensori

Traffico illecito di rifiuti, a ottobre la sentenza

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Il tribunale di Viterbo

Il tribunale di Viterbo

(s.m.) – Nuova udienza fiume per il più grande processo viterbese sul traffico illecito di rifiuti.

Dopo la requisitoria del pm e le arringhe degli avvocati dei 14 imputati, si è passati alle repliche, andate avanti per oltre tre ore ieri mattina, all’aula 4 del tribunale viterbese.

Pubblica accusa e difensori non arretrano di un passo. Per il pm Stefano D’Arma i rifiuti sono stati smaltiti illecitamente. Non era nei centri di ripristino ambientale di Vetralla, Capranica e Castel Sant’Elia che quei materiali dovevano finire, ma in discarica.

Se ciò non è avvenuto, a detta del pm, è perché così conveniva tanto ai produttori dei rifiuti quanto ai destinatari, che avrebbero ricevuto “un prezzo per l’illegale ricezione” di fanghi di cartiera e altri scarti nei propri siti.

Le difese ribattono sull’inutilizzabilità delle analisi dei rifiuti. Parlano di modalità errate di campionamento. Contestano la relazione del consulente del pm. Smentiscono i profitti illeciti ravvisati dall’accusa per lo smaltimento. Alcuni parlano di “processo mutilo” e di “gravi carenze”, perché a giudizio non sono finiti i produttori dei rifiuti.

Intanto, la prescrizione si avvicina a grandi passi. Se i fatti contestati risalgono al maggio 2005, a novembre 2012 scadranno i sette anni e mezzo entro i quali il reato sarà prescritto. C’è appena il tempo di emettere la sentenza di primo grado, alla prossima udienza del 12 ottobre.

L’indagine prese il nome di “Giro d’Italia – Ultima tappa Viterbo”, dal percorso che i rifiuti avrebbero seguito. Dal Nord Italia, dove venivano prodotti, arrivavano nei siti di ripristino ambientale del Viterbese: Vetralla, Castel Sant’Elia e Capranica. 250mila le tonnellate di rifiuti speciali che, secondo l’accusa, sarebbero stati gestiti a vario titolo dai 14 imputati. Miscelati e manipolati, i prodotti di scarto sarebbero giunti nelle tre ex cave viterbesi con false certificazioni. Per un giro d’affari che, stando alle indagini, si aggirerebbe intorno ai due milioni e mezzo di euro.

Almeno una quarantina le persone costituitesi parte civile al processo. Per lo più residenti o titolari di aziende agricole vicine ai siti di ripristino ambientale. Un paio di queste avrebbero chiuso. Gli altri lamentano il drastico crollo del valore dei loro immobili. E poi i Comuni di Vetralla, Capranica e Castel Sant’Elia che hanno chiesto risarcimenti stellari per i costi sostenuti dalle varie amministrazione per la messa in sicurezza delle cave.


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7 luglio, 2012

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