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Tre ore a caccia di un dossier

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Paolo Gianlorenzo

Franco Fiorito [4]

Franco Fiorito, ex capogruppo Pdl alla Pisana

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Tre ore a cercare carte e fatture nella sede del suo giornale. Per Paolo Gianlorenzo è un film già visto.

In meno di sei mesi è la seconda volta che gli agenti della polizia stradale sequestrano documenti nella sua redazione. La prima perquisizione [5] risale al 21 marzo scorso. Due giorni dopo, i poliziotti bussarono anche agli uffici dell’assessore regionale Angela Birindelli [6], indagata dalla procura di Viterbo per tentata estorsione e corruzione in concorso con Gianlorenzo. E’ l’ormai celebre inchiesta sulla macchina del fango: articoli di giornale contro i nemici della Birindelli – in primis Francesco Battistoni, capogruppo regionale Pdl – in cambio di pubblicità dall’assessore e, quindi, soldi. Questa l’ipotesi accusatoria, che ha spinto gli inquirenti a disporre un ulteriore sopralluogo negli uffici di Gianlorenzo.

L’ultimo blitz [7] in redazione è di due giorni fa. Stavolta, l’inchiesta sul giornalista viterbese e sulla campagna mediatica contro Battistoni si interseca con il fascicolo della Procura di Roma su Franco Fiorito. L’ex capogruppo Pdl alla Pisana è indagato per una presunta gestione disinvolta dei fondi del Pdl regionale. Il suo successore Battistoni si è rivolto a due consulenti per analizzare i prelievi dai conti del partito. La stampa nazionale parla di una lotta politica tra le correnti ex Forza Italia, quella di Battistoni, ed ex An, da cui proviene Fiorito. E ora che quest’ultimo ha fatto girare un dossier sull’attuale capogruppo Pdl, Gianlorenzo si è affrettato a pubblicarlo e Battistoni a sporgere denuncia.

Sono stati proprio i legali del consigliere regionale a chiedere il sequestro del dossier e delle fatture contenute al suo interno. Con fatture “palesemente contraffatte”, stando alla nota inviata venerdì sera dagli avvocati di Battistoni.

La polstrada, delegata dal pm di Viterbo Massimiliano Siddi, ha cercato quel dossier nella redazione di Gianlorenzo. Probabilmente perché ritenuto utile per sostenere l’ipotesi accusatoria degli inquirenti.

In questo senso, quelle cinquanta pagine di dossier sequestrate dagli investigatori e prontamente pubblicate da Gianlorenzo potrebbero essere un indizio importante. Magari per tentare di provare che il reato ipotizzato dalla procura è continuato nel tempo e che la macchina del fango ha funzionato per mesi.

Se a tutto questo si aggiunge l’indagine aperta a Civitavecchia, sempre per lo stesso reato, si capirà che la situazione si è fatta pesante e complessa.

I legali del giornalista, Carlo Taormina e Massimo Meloni, per ora, sono tranquilli. Ma a Viterbo come a Civitavecchia gli inquirenti raccolgono indizi. Come e quando abbiano intenzione di usarli, potrà dirlo solo il tempo.


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