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Traffico di rifiuti - Processo Giro d'Italia chiuso per prescrizione - L'amarezza degli avvocati, dopo la sentenza

“Nel nostro cuore restiamo innocenti”

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Il tribunale di Viterbo

Il tribunale di Viterbo

Il presidio di Legambiente davanti al tribunale di Viterbo, all'udienza preliminare per "Giro d'Italia"

Il presidio di Legambiente davanti al tribunale di Viterbo, all'udienza preliminare per "Giro d'Italia"

Umberto Cinalli e Pieranna Falasca

Umberto Cinalli e Pieranna Falasca

(s.m.) – “Noi ci siamo difesi provando. Un po’ di amarezza rimane, ma nel nostro cuore restiamo innocenti”.

Lo dice l’avvocato Marco Treggi, difensore di uno dei 14 imputati del processo Giro d’Italia.

La mannaia della prescrizione si è abbattuta sulla più imponente vicenda giudiziaria sul traffico di rifiuti a Viterbo. Un nulla di fatto che pesa, dopo due anni di processo.

Molti se l’aspettavano. Che la sentenza arrivasse sul filo della prescrizione era certo. Gli avvocati contavano i giorni dalla prima udienza. Qualcuno era sicuro di arrivare almeno al verdetto di primo grado. Invece no. E la delusione è tangibile quando il giudice Eugenio Turco legge il dispositivo, poco dopo mezzogiorno. “E’ una non decisione”, si sente commentare. “Avrei preferito una condanna motivata, ma una condanna”, si sfoga qualcun altro lasciando l’aula.

Nessuno pagherà per quelle 250mila tonnellate di rifiuti che per la procura furono illecitamente smaltite. Così come nessuno sarà assolto da quell’accusa che, secondo gli avvocati, non reggeva. Perché non c’era alcun traffico illecito, per le difese. Né certificati falsi per far entrare nelle cave rifiuti destinati alla discarica. Né “prezzi di favore” per chi riceveva, illegalmente, i materiali di scarto.

Ci sono, invece, 14 persone rimaste per sette anni e mezzo con la spada di Damocle di un’indagine e di un processo. Due sono state in carcere. Cinque ai domiciliari. E una è morta prima della fine del processo.

La prescrizione si lascia dietro il vuoto di un punto di domanda senza risposta. Chiude un’epoca di battaglie ambientaliste e di mobilitazioni popolari, con la costituzione di appositi comitati anti-discariche.

Il danno ambientale che le difese smentiscono, per Legambiente si aggirerebbe almeno intorno ai cinque milioni di euro.

Ci sono, poi, i risarcimenti chiesti dai privati costituitisi parte civile: all’incirca tre milioni di euro per una quarantina di residenti vicino le cave di Capranica, Vetralla e Castel Sant’Elia, o i proprietari di aziende della zona costrette a chiudere i battenti. E, infine, i Comuni, che avevano chiesto tra i 600 e i 700mila euro come risarcimento per i costi della messa in sicurezza, sostenuti dalle amministrazioni.

“Leggeremo la sentenza e valuteremo un’azione civile, qualora i Comuni siano intenzionati”, spiega l’avvocato Giovanni Labate. Il collega Enrico Zibellini, invece, non ha dubbi. “Non essendo una sentenza di assoluzione, abbiamo libere tutte le strade per chiedere un risarcimento danni davanti al giudice civile. Questo faremo, cercando di coinvolgere anche i soggetti portatori dell’immondizia, rimasti fuori dal processo di primo grado. La prescrizione, purtroppo, era nell’aria. La temevamo dal primo giorno. Ma possiamo andare avanti e sperare di far valere le nostre ragioni in sede civile”.

13 ottobre, 2012

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