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Giallo di Gradoli - L'avvocato dell'elettricista Enrico Valentini deposita il ricorso in Cassazione

Ergastolo a Esposito, la difesa: sentenza da annullare

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Paolo Esposito

Paolo Esposito

L'avvocato Enrico Valentini

L'avvocato Enrico Valentini

Ala Ceoban

Ala Ceoban

Tatiana Ceoban

Elena Ceoban, la figlia di Tatiana, scomparsa insieme a lei

Elena Ceoban

Annullamento della sentenza di appello e assoluzione perché il fatto non sussiste, o per non averlo commesso.

Questo chiede l’avvocato Enrico Valentini, legale dell’elettricista di Gradoli Paolo Esposito.

Dopo la procura generale, anche la difesa dell’uomo condannato all’ergastolo per il duplice omicidio della convivente Tatiana e della figlia Elena ricorre in Cassazione contro la sentenza d’appello. La stessa ha confermato il carcere a vita per l’elettricista, accordando un significativo sconto di pena alla sua amante Ala, sorella di Tatiana, passata dall’ergastolo a otto anni per favoreggiamento.

La condanna di Esposito non regge, per la difesa, che parla di “salti logici”, “motivazione riduttiva”, “dati indiziari privi di reale valore significativo”. In poche parole, per il suo avvocato, l’elettricista è stato giudicato colpevole in base a una serie di indizi “travisati” e che non fanno una prova. Come le tracce di sangue trovate nella cucina della villetta di via Cannicelle, teatro del presunto omicidio. Sono positive a luminol e combur test ma troppo povere di dna. Impossibile estrarlo per capire a chi appartengano. Per i giudici sono state lavate da qualcuno che voleva farle sparire. Per la difesa di Esposito, invece, sono prive di valore: un reperto che “nessun apporto può apportare a livello indiziario”.

“Significato scientificamente nullo” hanno anche le abrasioni sul muro della cucina della villetta. Un altro tentativo di occultare altre tracce, per i giudici di primo e secondo grado, che, però, non fanno i conti con un dato fondamentale, per Valentini: su quei pezzi di muro raschiato, “i periti interrogati avevano escluso la presenza di sangue o dna”.

Né la Corte d’Assise viterbese, né quella d’appello romana prendono in considerazione l’idea di un allontanamento temporaneo di Elena e Tatiana. “Se la fuga appariva improbabile, non vi poteva essere altro che l’assassinio – scrive l’avvocato di Esposito -. Non vi era adeguata considerazione dell’ipotesi dell’allontanamento volontario temporaneo, poi protrattosi per ragioni difficilmente prevedibili”. Tatiana aveva 150 euro in tasca, ma chi dice che voleva andarsene per sempre? Quella somma esigua, così come “la costante presenza della donna al lavoro, le visite mediche prenotate per la figlia Elena, l’intervento chirurgico programmato, l’attaccamento della ragazza alla scuola e la volontà di mantenere la residenza a Gradoli, la recita dell’altra figlia del lunedì mattina, non presentavano alcun indice di incompatibilità con l’ipotesi d’un allontanamento contenuto nel limite del fine settimana”.

E poi i documenti trovati in casa, la dinamica del delitto mai accertata, le imprecisioni di alcuni testimoni, la cella di Capodimonte agganciata dal cellulare di Tania sull’autobus dall’altro versante del lago. Tutti elementi che per la difesa restano “indizi”, inseriti nel “caleidoscopio delle motivazioni” ma “sforniti di riscontro”.

Al pg della Corte d’Appello Alberto Cozzella, la difesa replica, quindi, chiedendo l’assoluzione. Eventualmente, l’annullamento della sentenza d’appello con rinvio a un’altra sezione della corte territoriale o nella parte relativa alle aggravanti.


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1 novembre, 2012

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