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Giro d'Italia - L'avvocato dei Bartoli: "Vogliamo l'assoluzione"

“Maxiprocesso rifiuti, faremo appello”

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L'avvocato Samuele De Santis

L'avvocato dei Bartoli Samuele De Santis

Non c’è prescrizione che tenga. Sante e Mario Bartoli vogliono essere assolti.

E’ per questo che i titolari della cava Cinelli di Vetralla hanno deciso di impugnare la sentenza “Giro d’Italia”, il più grande processo mai celebrato a Viterbo in materia di traffico di rifiuti.

La vicenda, trascinatasi per sette anni, si è conclusa con la prescrizione per tutti i 14 imputati. Ma la difesa dei Bartoli è decisa ad andare avanti, soprattutto dopo aver letto le sessanta pagine di motivazione della sentenza scritte dal giudice Eugenio Turco.

“Non ci accontentiamo della prescrizione, vogliamo uscirne assolti – spiega l’avvocato Samuele De Santis -. I Bartoli non sapevano che quello specifico tipo di rifiuti non poteva essere smaltito nella cava. Potevano saperlo solo i produttori dei materiali di scarto e gli intermediari. Ma non i titolari delle cave. Per questo impugniamo la sentenza”.

Uscire puliti in appello, per gli imputati, significherebbe anche parare i colpi in sede civile. “Un’assoluzione con formula piena – aggiunge De santis – sarebbe una garanzia anche a livello di risarcimenti chiesti dalle parti civili (privati, titolari di aziende agricole e comitati contro le discariche, ndr). Una volta accertato che il reato non è stato commesso, non dovremmo risponderne neppure in sede civile”.

Al momento solo l’avvocato dei Bartoli ha annunciato di voler fare appello. Gli altri difensori stanno valutando la strategia da adottare.

L’indagine del 2005 “Giro d’Italia – Ultima tappa Viterbo”, deve il nome al percorso dei rifiuti. Dal Nord Italia, dove venivano prodotti, arrivavano nei siti di ripristino ambientale del Viterbese: Vetralla, Castel Sant’Elia e Capranica. 250mila le tonnellate di rifiuti speciali che, secondo l’accusa, sarebbero stati gestiti a vario titolo dai 14 imputati. Miscelati e manipolati, i prodotti di scarto sarebbero giunti nelle tre ex cave viterbesi con false certificazioni. Per un giro d’affari che, stando alle indagini, si aggirerebbe intorno ai due milioni e mezzo di euro.

Almeno una quarantina le persone costituitesi parte civile al processo. Per lo più residenti o titolari di aziende agricole vicine ai siti di ripristino ambientale. Un paio di queste avrebbero chiuso. Gli altri lamentano il drastico crollo del valore dei loro immobili. E poi i Comuni di Vetralla, Capranica e Castel Sant’Elia che hanno chiesto risarcimenti stellari (tra i 600 e i 700mila euro) per i costi sostenuti dalle amministrazioni per la messa in sicurezza delle cave.


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14 dicembre, 2012

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