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Viterbo - La recensione del libro di Claudio Marisilio "Muri in camicia nera" che sarà presentato giovedì 6 dicembre alle 18 alla libreria dei Salici

Quelle scritte antiche di un’Italia dimenticata

di Antonello Ricci
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Una delle immagini di Muri in camicia nera

Una delle immagini di Muri in camicia nera

– L’associazione “Alta Marea” organizza la presentazione di “€œMuri in camicia€ nera”, l’ultimo libro di Claudio Marsilio.

L’incontro è in programma per giovedì 6 dicembre alle 18 alla libreria dei Salici, in via Cairoli, 35 a Viterbo.

Parteciperanno al dibattito, moderato da Maurizio Makovec, il direttore del quotidiano Tusciaweb Carlo Galeotti, lo scrittore viterbese Antonello Ricci e l’autore Claudio Marsilio. Pubblichiamo una recensione del libro di Antonello Ricci.


Ancora fanno capolino. Qua e là, all’improvviso, dove meno te l’aspetti. Lontane dai tracciati del presente, da svincoli autostradali e centri commerciali. Si ostinano a fissarti dai muri graffiati e dilavati di un’Italia remota, periferica, scordata: da vecchi ingressi di paese, da ponti ferroviari, da statali declassate, da casali piantati in mezzo a maremme o presso trivi appenninici. Perfettamente conservate o mutilate come rovine antiche.

Sbiadite dall’azione del tempo o riaffioranti appena – come una cattiva coscienza – dalla damnatio memoriae toccata loro in sorte: si tratti di un tardivo (quanto ipocrita) strato di biacca tinteggiato in anni di craxismo trionfante o della ferocia freudiana di uno scalpello accanitosi nei giorni successivi al 25 luglio ’43.

Anche qui nella Tuscia, certo, puoi ancora scovarne qualche traccia. Ammirarne, per esempio, una scolpita nel tufo vivo lungo la Cassia, a Sutri. O sentirne raccontare da qualche vecchio che ancora se ne ricorda: ce n’era una stuccata sul lungolago di Capodimonte, un’altra all’ingresso dell’azienda agricola di Mezzano. O, infine, scovarne testimonianza fotografica su vecchi bollettini municipali: un paio furono dipinte su supporti mobili ed esposte sulla piazza del Sacrario, a Viterbo, al tempo delle smanie e dei deliri per un impero che oggi ci fa arrossire.

Lo avrete capito: sono le scritte murali del fascismo. Schegge di regime sopravvissute ai tripudi e agli sfaceli di ben altro futuro: golpe mancati; democrazia dimezzata, da Portella della Ginestra a piazza Fontana a Ustica a Bologna; piombo di P38 o foto di Aldo Moro sotto la stella a cinque punte; crollo del Muro a Berlino; furore popolare ai tempi di Tangentopoli; resistibile ascesa di Umberto Bossi; vent’anni di Silvio Berlusconi.

Enigmatiche ormai come piramidi azteche o epigrafi etrusche, le scritte del fascio si ostinano a replicare quel loro messaggio muto e imperativo: l’ipse dixit mussoliniano, il verbo di un sistema totalitario che avrebbe voluto forgiare italiani nuovi, cittadini-soldati, popoli-nazione. Esse ci parlano ancora di aratri-spade, di milioni di baionette, di scarponi al passo romano. Sappiamo come andò a finire: la latta di quelle baionette si sarebbe piegata al sole del deserto africano, il cartone pressato degli scarponi si sarebbe sciolto nella neve di Russia. Una tragedia punto e basta.

Sopravanzate al contesto storico che le partorì, le scritte murali del fascismo hanno ancora molto da insegnarci. Sarebbe bene perciò restaurarle e tutelarle. E studiarle, ben inteso. Soprattutto studiarle.

Ci prova con successo Claudio Marsilio in un suo pregevole saggio fresco di torchi: Muri in camicia nera (Libreria Europa Roma, pp. 176, euro 18).

Anzitutto l’autore definisce il proprio oggetto d’indagine con rigore, senza indulgere a tentazioni tuttologiche: egli delimita infatti la sua inchiesta agli appartati (e proprio per ciò interessanti) Abruzzi.

Marsilio, inoltre, si muove integrando con cura ricerca d’archivio e documentazione fotografica raccolta “sul campo”.

Dal primo punto di vista, egli colma un vero e proprio vuoto storiografico: ricostruisce infatti con puntiglio, carte alla mano, la cinghia di trasmissione della propaganda in uno stato totalitario; immerge il suo lettore sia nell’uso pubblico (quindi: politico-liturgico) delle scritture “esposte” sia nelle intriganti dinamiche e in certe sintomatiche contraddizioni del primo esperimento italiano per una nazionalizzazione delle masse.

Pensiamo al ruolo svolto in tal senso dalla radio e dal cinema in quegli stessi anni: ebbene, anche le scritture esposte, come il cinema e la radio, svolsero in quel passaggio storico una preziosa funzione-enzima di consenso: e questo non solo nei regimi totalitari, anche in quelli democratici. Ma c’è di più: cogliendo con umorismo certe sgrammaticature dialettal-ortografiche dei gerarchi abruzzesi, Marsilio ci riconsegna il fedele ritratto di un regime impegnato a raggiungere e acculturare le più diseredate plaghe del Paese.

A nazionalizzare e modernizzare, anche per questa via, un’Italia ferma a dimensioni di vita arcaica e feudale. In altre parole: a fare Italia di un’Italia che Italia ancor non era.

Per ciò che concerne il secondo punto di vista: arricchendo il volume del suo prezioso apparato fotografico, Marsilio sposta fecondamente la nostra attenzione dal contenuto delle scritte al loro profilo estetico. Resocontandocene il puro aspetto materiale (tecniche di esecuzione, posizionamento, scelta dei caratteri ecc.), l’autore evoca anche la faticosa avanzata di inediti linguaggi pubblicitari e strategie del “consumo” in un contesto sociale arcaico, legato a modelli di vita preindustriali e scarsamente alfabetizzato.

Un unico neo in questo bel libro di Claudio Marsilio. Si apprezza, nella sua voce narrante, uno sforzo di messa in chiaro (e in gioco) dei motivi sentimentali (autobiografici, intendo) che hanno spinto l’autore alla ricerca: un bisogno di tornare a interrogare le proprie radici culturali e familiari (il mussolinismo del padre, la propria storia di militanza).

Non mancano ammiccamenti di complicità (che comunque non esondano mai in autocompiacimento). E ben venga, in questo nostro sfortunato Paese, cronicamente afflitto da disturbi della memoria, ogni forma pubblica e autocritica di riflessione: nel segno del rispetto per le nostre diverse – magari irriducibili – storie, del dialogo culturale e dell’onestà intellettuale.

Peccato che in qualche passaggio Claudio sembri “dimenticarsi” del rigore metodologico adottato per attardarsi in polemiche troppo marcate (direi: in politichese) sostanzialmente fuorvianti rispetto al campo conoscitivo disegnato dal suo bel libro.

Antonello Ricci


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4 dicembre, 2012

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