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Tribunale - La storia del dissesto della società ripercorsa in sette ore di udienza

C’era una volta il crack Cev…

Aula traboccante per il processo Cev

Aula traboccante per il processo Cev

Il luogotenente Aldo Nisini

Il luogotenente Aldo Nisini

L'imprenditore Daniele Paiolo

L'imprenditore Daniele Paiolo

La liquidatrice Cinzia Marzoli

La liquidatrice Cinzia Marzoli

C’era una volta il crack Cev. Il dissesto della società partecipata del Comune è messo nero su bianco in tribunale (fotocronaca).

I primi testimoni dell’accusa lo hanno ripercorso ieri, in sette ore di udienza e davanti a una platea di avvocati.

Solo uno dei 26 imputati era in aula: Armando Balducci, ex direttore generale di Palazzo dei Priori. E’ accusato di abuso d’ufficio, ma soprattutto di associazione a delinquere insieme ad altre 16 persone, tra cui l’ex sindaco di Viterbo Giancarlo Gabbianelli.

Il primo a parlare è il luogotenente della finanza Aldo Nisini. Fu lui, con i colleghi delle fiamme gialle, a sequestrare la mole di carte che ha portato all’inchiesta Cev, a fine 2007. Ed è sempre lui a ricostruire la storia della società.

“Nasce nel ’92 – spiega Nisini -. Al Comune, che ha la maggioranza delle quote, si affiancano due soci privati: Agip (che poi prende il nome di Cofathec) e Camuzzi. Nel 2002 l’allora sindaco Gabbianelli scrive ai soci per chiedere la cessione delle quote al Comune. L’anno dopo, le azioni passano a un neonato consorzio di imprese viterbesi”.

La mossa, per i pm Paola Conti e Franco Pacifici, è studiata da amministratori e imprenditori per favorire la libera spartizione degli appalti attraverso il Cev. Ma il Comune non forza: “Siamo usciti dal Cev per una comunanza di interessi, nostri e dell’imprenditoria locale”, spiega il procuratore speciale di Cofathec Sergio Tommasino.

Dal 2003, i soci del Cev sono Cofathec, Camuzzi e il Consorzio imprese. Proprio a queste ditte il Cev affida servizi come il verde pubblico, l’illuminazione e la manutenzione di tribunale e cimitero.

Nel 2006 le quote di Cofathec e del consorzio passano al Comune, che diventa l’unico socio del Cev. Sono sempre le ditte del consorzio ad aggiudicarsi gli appalti. Non tutte. Solo alcune.

“La mia non ne prendeva uno – spiega l’imprenditore Daniele Paiolo, uscito dal consorzio per disperazione -. Gli appalti per il verde erano tutti di Daniel Plant’s. Per me, vantaggi e fatturato erano zero. Ci ho solo rimesso”. Paiolo racconta che quando minaccia di lasciare il consorzio, come poi farà, è la stessa Daniel Plant’s a proporgli lavori nelle scuole. Ma l’imprenditore rifiuta.

Per i difensori, la ditta Paiolo non fa testo: non possedeva certificazioni tali da aggiudicarsi appalti da 150mila euro e più. Per i pm, invece, la testimonianza fotografa la composizione del consorzio, con ditte di serie A che lavoravano e ditte di serie B, usate per “fare numero”.

Sia il luogotenente Nisini che la liquidatrice del Cev Cinzia Marzoli non trovano traccia di gare a evidenza pubblica per selezionare i soci del Cev. C’erano e basta. Prendevano appalti e basta.

Stando a quanto riferito dal finanziere, il Cev stipulava il contratto con l’azienda socia a una cifra inferiore di quella sborsata dal Comune. La differenza restava al Cev. Anche così il Comune avrebbe sperperato soldi che, per l’accusa, si potevano risparmiare senza l’intermediazione del Cev e con gare a evidenza pubblica.

I conti della partecipata erano perennemente in rosso. Marzoli e Nisini parlano di un continuo travaso di risorse dal Comune al Cev per ripianare le perdite. Un buco mai riempito che è difficile da quantificare. Fuori dall’aula la liquidatrice azzarda una cifra pari a sei milioni di euro. Tutti fondi che il Comune girava al Cev per lavori straordinari e aumento di capitale. Ma il capitale non aumentava mai. “Il Cev era una struttura sovraccarica – spiega la liquidatrice -. La perdita deriva da crediti inesigibili o inesistenti”. I soldi, per i pm, si perdevano in consulenze e presunte fatture per operazioni inesistenti emesse dalle società. Gli avvocati della difesa, al contrario, ribattono che Daniel Plant’s e le altre erano perfettamente in grado di documentare entrate e lavori. Per dimostrarlo hanno tutto il processo.

12 gennaio, 2013

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