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Viterbo - Il sindaco Marini attacca: gli oltre 4 milioni per gli impianti l'amministrazione non li ha ed è la Regione che nel 2008 ha perso tempo

Arsenico: “Troppo comodo accusare il Comune”

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Giulio Marini

Giulio Marini

Riceviamo e pubblichiamo – Se la questione arsenico fosse stata risolta a suo tempo dalla regione Lazio, oggi non ci troveremmo a pagare il conto di una mancata programmazione.

Se questa calamità naturale fosse stata gestita dalla Regione quando si iniziavano a registrare i primi campanelli di allarme, oggi non saremmo qui a parlare di dati, studi e soprattutto di emergenza arsenico. Ho appreso dalla stampa la notizia di alcuni risultati emersi dalla ricerca realizzata dall’Istituto Superiore di Sanità, tra l’altro ancora non conclusa.

Ad oggi nulla è stato comunicato in forma ufficiale al comune di Viterbo, né tantomeno in forma ufficiosa. Pertanto, prima di esprimere opinioni, attenderò l’ufficializzazione di quanto emerso dallo studio riguardante anche il territorio viterbese.

Fino ad oggi le istituzioni hanno sempre dialogato tra istituzioni, e non per tramite degli organi di informazione. Non farà eccezione la vicenda legata ai dati ISS sulla presenza di arsenico. La nota positiva che ho riscontrato in tutta questa situazione riguarda l’intervento da parte del Ministro della Salute Balduzzi e il recente colloquio avuto con l’attuale presidente della Regione Zingaretti.

Un invito, un sollecito, per affrontare al più presto la questione arsenico e individuare le soluzioni possibili. Messa in questo modo sembrerebbe di stare ancora a “caro amico”.

Mi auguro invece che l’incontro concordato nei prossimi giorni tra il ministro e il governatore del Lazio sia propedeutico allo sblocco dei fondi stanziati per l’installazione dei dearsenificatori mancanti sul territorio laziale. In concreto è di questo che hanno bisogno i comuni per eliminare il problema.

Le soluzioni sono state già individuate.

Nel 2011 la giunta Polverini ha finanziato i due dearsenificatori in funzione nella nostra città in località Campo Sportivo a San Martino e in località Montecchio a Bagnaia, ma anche gli altri due che partiranno a Tobia e in località Pidocchio nei prossimi giorni, necessari per completare questa prima fase di emergenza.

Idem per gli altri quattro che verranno collocati entro il 2014 e che andranno a sanare l’emergenza nelle zone con minore concentrazione di arsenico, ovvero con parametri compresi tra 10 e 20 microgrammi per litro. Mi riferisco a Monte Iugo, Sorgente Capelacqua, Sorgenti Le Vene e Pozzi Bisenzio.

Stiamo parlando di una prima fase che ammonta a 720 mila euro. Il costo della seconda arriva invece a 3 milioni e mezzo, per un totale di 4 milioni e duecento mila euro. Una somma che il Comune di Viterbo non avrebbe mai potuto spendere. E non perché è il Comune di Viterbo, ma perché è come gran parte dei comuni italiani. Impotente, bloccato. Ingessato a causa di un patto di stabilità che non consente un margine di autonomia.

Non avremmo potuto accendere mutui di tale importo, né tanto meno attingere ai fondi di bilancio. Il colloquio di ieri del ministro della Salute Balduzzi con il governatore del Lazio Zingaretti delinea e conferma ulteriormente la portata della problematica che va ben oltre il comune interessato.

È dal 2001 che si parla di arsenico e si rimpalla la problematica da amministrazione in amministrazione. In quegli anni sono state diverse le richieste di intervento rivolte alla Regione da parte delle istituzioni territoriali. Nulla si è mai mosso.

Nel 2008 un barlume di luce, ma tale è rimasto. Un protocollo di intesa firmato, con cui la Regione si impegnava a definire le linee progettuali e attuative per la realizzazione delle opere necessarie alla risoluzione della questione arsenico.

Se quell’anno le cose fossero andate come da programma, si sarebbe potuto risolvere il tutto con un intervento di miscelazione delle acque, evitando la realizzazione di numerosi impianti di dearsenificazione con conseguenti costi di istallazione e gestione, nonché quelli legati alle disfunzioni impiantistiche.

Un progetto intelligente, con minori costi, seppur con tempi più lunghi di avviamento. Ma tale è rimasto, un progetto in fase di bozza, su carta. Il rinvio della problematica ha portato nel 2011 a quella che ormai aveva tutti i caratteri dell’emergenza. Pertanto, l’allora presidente Polverini, con poteri d’urgenza, stanziò i fondi per i dearsenificatori.

La questione si è poi acutizzata con l’avvicinarsi della scadenza della deroga da parte della Commissione Europea che fino a quel momento poneva come limitite consentito 20 microgrammi di arsenico per litro, dal 1 gennaio 2013 si riduceva a 10.

Un mancato rinnovo che ha obbligato i sindaci dei comuni interessati dalla problematica a emanare l’ordinanza di non potabilità dell’acqua in tutte quelle zone con concentrazione di arsenico superiore a 10 microgrammi. E parte integrante di quell’ordinanza, voglio ricordarlo, è l’informativa Ausl rivolta alle imprese alimentari con sede nelle zone interessate dall’arsenico.

Tale informativa impone, in base alla vigente normativa, un alternativo approvvigionamento di acqua da utilizzare per la produzione, la preparazione e il trattamento dei prodotti alimentari.

Se fa comodo accusare il Comune di inerzia di fronte a tale problematica, se è più semplice addossare la responsabilità al Comune per non aver ancora attivato tutti i dearsenificatori e soprattutto per non aver investito soldi per la risoluzione di questo problema, se è questo il messaggio che si vuole far passare, ne prendo atto, anche se documenti ufficiali parlano chiaro e ben distinguono le competenze istituzionali.

In questi mesi mi capita di rispondere a molte persone che mi domandano perchè, invece di investire su opere di riqualificazione urbana, non investiamo in altre priorità, tra cui l’emergenza arsenico. Domanda lecita, soprattutto da parte della maggior parte dei cittadini che non sono al dentro delle procedure amministrative e burocratiche.

A tale quesito rispondo che, purtroppo, i fondi di provenienza europea, ministeriale e regionale, ottenuti da questa amministazione in questi cinque anni, ovvero circa venti milioni di euro, Plus incluso naturalmente, non possono essere destinati a opere diverse da quelle per le quali sono stati concessi tali finanziamenti.

Sono finanziamenti mirati esclusivamente a quel tipo di intervento valutato e approvato. Chi concede, impone tempistiche e modalità di gestione dei fondi e soprattutto dei lavori. Il tutto, al termine, viene poi rendicontato. Dirottare fondi su altre opere non è consentito, né tantomeno giustificato dalla gravità dell’emergenza a cui si vorrebbe far fronte.

Giulio Marini Sindaco di Viterbo


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13 aprile, 2013

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