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Minorenni denunciano violenza sessuale - Il procuratore capo Alberto Pazienti già guarda al processo

“Indagine stroncata sul nascere, ma andremo avanti”

di Stefania Moretti
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Il procuratore capo Pazienti

Il procuratore capo Pazienti 

“L’indagine è stata stroncata sul nascere, ma andremo avanti”.

Sul presunto stupro nel bosco di due minorenni straniere, Alberto Pazienti è determinato. Dopo la batosta davanti a gip e Riesame, il procuratore capo di Viterbo guarda al processo.

Per due volte è stata respinta la richiesta di arresto per i cinque 20enni di Acquapendente indagati. Un doppio rifiuto che non ha scalfito le convinzioni degli inquirenti. Ma è comunque una spallata alle indagini.

L’ordinanza del tribunale del Riesame ricalca quella del gip di Viterbo Francesco Rigato – continua il capo della procura -. Gli arresti sono stati negati perché, sia a detta del gip che del Riesame, mancano quei gravi indizi di colpevolezza di cui noi siamo certi. Non voglio entrare in polemica con nessuno. E’ chiaramente un problema interpretativo: due diversi giudici si sono pronunciati dando la loro interpretazione. Noi abbiamo la nostra e non la cambiamo”.

Che si tratti di violenza sessuale, per i magistrati di via Falcone e Borsellino non c’è dubbio. Ne è convinto il procuratore capo, come il sostituto titolare dell’indagine, Fabrizio Tucci. Il magistrato aveva chiesto l’arresto dei cinque ragazzi appena due settimane dopo il fatto, avvenuto all’alba del 30 settembre.

Quella notte, una 17enne russa e una 16enne norvegese vanno a ballare a Viterbo. E’ una vacanza studio a portarle nella Tuscia, ospiti di due famiglie della provincia. Il loro programma ha regole rigide. Devono rientrare a casa mezzanotte, anche nel weekend. Ma alle cinque del mattino di quel sabato sono ancora in discoteca, dove conoscono il gruppetto di amici, quattro 20enni di Acquapendente e uno di Onano.

E’ a loro che chiedono un passaggio per tornare a casa. Ma in un boschetto alle porte di Montefiascone la macchina si ferma. In quattro si appartano con la 17enne, uno con l’amica. I cinque si spalleggiano nel dire che le ragazze erano consenzienti. Loro, invece, dicono entrambe di essere state violentate, ma sulla sua amica la 16enne ha dubbi. “Non l’ho sentita gridare, pensavo che le piacesse”, dice al pm Tucci che la ascolta in procura. Quel contrasto tra le ragazze, per il gip e il Riesame, è sinonimo di inattendibilità. Pazienti sostiene il contrario.

“E’ stata fin troppo sincera, al punto da dire qualcosa che avrebbe potuto risultare sgradevole nei confronti dell’amica”. E poi c’è sempre la perizia informatica della procura. Quella sui messaggi Facebook inviati dalla 17enne ai suoi amici, e in cui descrive come un incubo le tre ore nel boschetto coi ragazzi.

L’inchiesta, comunque, è chiusa. Il prossimo passo sarà l’udienza preliminare. E’ a quella che punta Pazienti, anche se è lontana: il tempo medio di attesa per fissarla oltrepassa i sei mesi. Poi ci sarà il processo. Forse. “In caso di non luogo a procedere potremmo fare ricorso. Oppure no: a quel punto, sarebbe il terzo giudice che verrebbe a dirci che gli indizi di colpevolezza non ci sono. Parlarne ora è prematuro. Ma una cosa è certa: anche se l’indagine ha subito minacce d’aborto, noi porteremo avanti il parto. Fino al processo, se potremo”.

Stefania Moretti


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19 aprile, 2013

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