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Traffico illecito di rifiuti - Ascoltato carabiniere del Noe

“Rifiuti liquidi nella discarica per inerti”

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Il tribunale di Viterbo

Il tribunale di Viterbo

Una discarica per inerti in cui i rifiuti arrivavano anche allo stato liquido. Quindi non inerti. Quindi illeciti.

Questo avrebbero scoperto i carabinieri del Noe di Roma sulla discarica Ecoservice di Civita Castellana.

Il sito di smaltimento degli inerti in località Sant’Agata è nel mirino della magistratura dal 2009. In quell’anno scattò l’operazione del Noe “Signore degli inerti”: venti indagati, quattro arrestati e tonnellate di rifiuti che, per gli inquirenti, erano inadatti all’impianto civitonico e provenivano, per lo più, dai lavori della metro B1 di Roma.

In tre sono sul banco degli imputati: Leonello Di Giovenale, titolare dell’azienda Ecoservice, e i due dipendenti Stefano Riganelli e Samuele Valeriani, quest’ultimo addetto alla pesa dei materiali. Ieri l’ascolto dei primi due testimoni dell’accusa: un tecnico dell’Arpa e un carabiniere del Noe.

Abbiamo fatto sopralluoghi nei quattro cantieri della metro B1 – ha spiegato il maresciallo capo Davide Montanaro -. Da qui, i fanghi di perforazione venivano trasportati alla Ecoservice che, però, essendo una discarica per inerti non avrebbe potuto riceverli. Il problema non è solo di normative, ma è anche di sicurezza ambientale. Il rischio era che il percolato potesse finire nelle falde acquifere”.

Il trucco per far smaltire i fanghi all’Ecoservice sarebbe stato quello di sostituire il codice dei rifiuti. “Dai nostri controlli – ha continuato il maresciallo – è risultato che i codici Cer (Catalogo europeo dei rifiuti, ndr) erano inappropriati. Se fossero stati giusti, i rifiuti sarebbero stati etichettati per quello che erano. Cioè pericolosi”. Proprio per il presunto “ritocco” dei codici, sugli imputati pende anche l’accusa di falso ideologico e truffa. Quest’ultima riguarda le imposte sullo smaltimento dei  rifiuti versate alla Regione Lazio: l’importo pagato, secondo il pm Stefano D’Arma, era inferiore a quello realmente dovuto.

Non a caso la Regione è parte civile al processo, insieme al ministero dell’Ambiente e all’azienda Roma Metropolitane.

406mila le tonnellate di fanghi di perforazione provenienti dalla metro. Ma c’è dell’altro. “Altre migliaia di chili di fanghi arrivavano dalla lavorazione della ceramiche, da industrie chimiche abruzzesi e dal Consorzio Prataroni. Miscelati insieme, diventavano materiali da rivendere alle fornaci, che ne facevano prodotti per l’edilizia”.

Secondo il maresciallo, dunque, il vantaggio era triplo: il risparmio sulle imposte e i guadagni da smaltimento dei fanghi e vendita dei prodotti miscelati. Tutte attività che l’accusa contesta. 

Il processo è aggiornato a ottobre.


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23 aprile, 2013

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