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Feto nel cassonetto, la madre scossa e provata

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Il cassonetto di via Sollievi dove è stato ritrovato il feto [3]

Il cassonetto di via Solieri dove è stato ritrovato il feto

(s.m.) – “E’ provatissima. Come avvocato cerco di starle vicino, ma la situazione non è semplice”.

Maria Antonietta Russo è il legale della 24enne che ha buttato la figlia in un cassonetto. E’ ricoverata da giovedì al reparto di Ginecologia di Belcolle. E’ scossa. Stremata. I medici non sanno ancora quando la dimetteranno. Ha bisogno di cure, compreso il supporto psicologico degli specialisti dell’ospedale.

Sabato pomeriggio il pm Franco Pacifici l’ha ascoltata per più di un’ora. Lei ha collaborato. Ha raccontato ogni attimo della giornata del 2 maggio, quando è arrivata a Belcolle con un’emorragia.

Secondo indiscrezioni, agli inquirenti avrebbe detto di non sapere neppure di essere incinta. I medici che l’hanno visitata si sono accorti subito che aveva partorito. Prima la chiamata al 113. Poi la confessione: aveva gettato il feto in un secchione al Carmine, in via Fernando Agostini Solieri.

In un primo momento si era diffusa la notizia di un fermo che, in realtà, non è mai scattato. “Non ho ricevuto nulla – precisa l’avvocato Russo -. Se fosse stata fermata l’avrei saputo. Per ora è ricoverata a piede libero, non piantonata”.

Gli investigatori pensano che la 24enne non fosse sola. Con la ragazza c’era il compagno che, come lei, è formalmente iscritto nel registro degli indagati. Anche lui è stato ascoltato nei giorni scorsi, alla presenza del suo avvocato. 

Avrebbe confermato di aver accompagnato la fidanzata in ospedale. Ma prima, la rapida deviazione in via Solieri: lei è scesa dalla macchina e ha buttato una bustina nel secchione. Dentro c’era un feto femmina di sette mesi appena partorito o abortito. Ma il compagno non ne aveva idea. O almeno, così avrebbe detto agli inquirenti, che, invece, sospettano che lui sapesse tutto e che l’abbia aiutata.

Ai magistrati di via Falcone e Borsellino sono bastate quarantott’ore per avere un quadro d’insieme chiaro. Ma alcuni dettagli importanti devono essere ancora messi a punto. A cominciare dall’ipotesi di reato che non c’è.
C’è un’indagine e ci sono due indagati, ma manca ancora un’accusa, o più precisamente, un capo di incolpazione. Anche per questo l’autopsia sarà decisiva. I tempi dipendono dagli esami istologici.

Il professor Mauro Bacci dovrà accertare se Francesca, come qualcuno l’ha chiamata, è nata morta, o se invece era ancora viva quando sua madre l’ha buttata in un secchione della spazzatura. A seconda dei risultati, l’ipotesi di reato potrebbe cambiare, in uno spazio compreso tra l’infanticidio e l’occultamento di cadavere.

Ma dietro alle ipotesi resta il dramma di un parto clandestino. Dramma della solitudine. Di una madre 24enne che dà alla luce suo figlio da sola e, da sola, lo butta butta via. Senza qualcuno che l’abbia aiutata e fermata.

Resta la rabbia per la vita di Francesca. L’atroce dubbio che a salvarla sarebbe bastato un consiglio. La legge italiana consente il parto nell’anonimato anche alle madri che rifiutano i propri figli. Possono farli nascere e poi sparire senza riconoscerli. Chissà se la 24enne lo sapeva.


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