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Caprarola - L'uomo di nuovo imputato, dopo la condanna in primo grado a sette anni e mezzo per maltrattamenti in famiglia e violenza sessuale

La figlia in aula: “Era un padre padrone”

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Il tribunale

A 23 anni trova il coraggio di denunciare il padre per violenza sessuale. E’ il 2008: gli abusi sarebbero iniziati quando era solo una bambina.

Oggi Anna (nome di fantasia) è una bella ragazza che cerca di tagliare i ponti con un passato che ritorna sempre.

Quello che lei chiama il “signor Domenico” – suo padre – ha un’altra vita, un’altra compagna e una condanna in primo grado a sette anni e mezzo per maltrattamenti su moglie e figli e per la violenza sessuale su di lei. Episodi di ordinaria brutalità come immobilizzare i figli al letto e bruciarli, o legarne uno a un albero e prenderlo a frustate. Un dramma familiare che diventa guerra giudiziaria e sfocia in una serie di denunce reciproche e processi. L’ultimo, ieri mattina: l’uomo, 60enne di Caprarola, è accusato con la compagna di esercizio arbitrario delle proprie ragioni.

Nel 2009, la sua convivente ruppe il vetro della dependance in cui abitava Anna e portò via una porta finestra. Anna si rivolge al suo avvocato Mara Mencherini che, da anni, assiste lei, i fratelli e la madre in tribunale. Per la coppia scatta la denuncia e Anna e la madre si costituiscono parte civile. Ieri la testimonianza della ragazza in aula. 

“Il signor Domenico era un padre padrone – racconta, con voce ferma, al giudice Eugenio Turco -. Non ho rapporti con lui, ma da anni la compagna insiste per prendersi la dependance che è sul nostro terreno”. C’era solo la donna, quel giorno di quattro anni fa, quando nella villetta arrivarono i carabinieri. “Tra le mani aveva un foglio – racconta Anna -. Una specie di delega in cui era scritto che aveva il diritto di entrare in quanto convivente del signor Domenico. Lui non era lì perché era agli arresti domiciliari. Aveva violato un divieto di avvicinamento continuando a pedinarmi”.

La difesa non resta a guardare. L’avvocato Massimo Boni parla di una scrittura privata con la quale il fratello di Anna avrebbe consegnato la casa al padre per 3mila euro. Cita, inoltre, un provvedimento del giudice civile di Viterbo che assegnerebbe la dependance al padre. Ma di quegli atti Anna non sa nulla. Alla prossima udienza ascolteranno altri testimoni e il processo andrà avanti. L’altro, quello per la violenza e i maltrattamenti, è solo apparentemente concluso. Di quella condanna a sette anni e mezzo, difesa e parte civile aspettano ancora le motivazioni. Dovevano arrivare entro tre mesi: è passato un anno e mezzo.

 

“Se fosse stata una sentenza definitiva l’avrei sicuramente prodotta in questo processo – spiega l’avvocato Mara Mencherini -. In questo modo il giudice si sarebbe reso conto di quello che Anna e i suoi fratelli hanno subito. Invece non abbiamo neanche le motivazioni”.

Un’impasse che non solo impedisce ad Anna di avere i 120mila euro di risarcimento fissati dai giudici, ma non permette neppure a suo padre di difendersi. Senza le motivazioni la sentenza non è impugnabile. Quindi niente appello. 


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23 maggio, 2013

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