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L'alambicco di Alfonso Antoniozzi - Il cantante lirico lancia l'idea dopo il ritrovamento della pellicola Piume al vento preziosa testimonianza sulla storia di Viterbo

Un festival dei film girati in Tuscia

di Alfonso Antoniozzi

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Alfonso Antoniozzi

Alfonso Antoniozzi

– Ho avuto la fortuna di vedere in anteprima una copia del film “Piume al vento”, ritrovato grazie alla costanza di Silvio Cappelli negli archivi della cineteca di Bologna e riversato in supporto digitale grazie a una cordata di privati sottoscrittori (gallery * video).

Se volessimo entrare nel merito della narrazione cinematografica, ci sarebbe ben poco da dire. Non si tratta infatti di un capolavoro dell’ottava musa ingiustamente dimenticato e fortunatamente tornato alla luce.

E’ piuttosto un onesto prodotto del cinema italiano degli anni cinquanta, intriso di buoni sentimenti, con una trama che occhieggia al melodramma a sfondo patriottico e che non avrà mancato di commuovere gli spettatori contemporanei, anche in virtù della loro relativa vicinanza ai fatti narrati (il film è ambientato negli ultimi giorni della prima guerra mondiale).

Quello che però desta un grande interesse per noi viterbesi è la documentazione filmata della nostra città nel periodo immediatamente successivo ai bombardamenti della seconda guerra mondiale: gli ultimi quindici minuti del film sono infatti ambientati nella nostra città e sono il fedele specchio di un periodo della nostra storia di cui, fino ad oggi, mancavano alcune immagini. Prima fra tutte quella dello scomparso palazzo Orioli, la cui facciata viene restituita alla nostra memoria dalle immagini girate dal regista Amadoro.

Un’altra fonte di interesse deriva dall’impiego di comparse locali, e credo possa essere divertente e istruttivo al tempo stesso tentare di riconoscere, nelle masse del film, parenti, amci e figure ormai scomparse della nostra città

Del resto il nostro territorio, la Tuscia intendo, ha sempre offerto un’eccellente scenografia naturale al mondo del cinema: “I Vitelloni” di Fellini, “Il Vigile”, di Zampa, “Fratello Sole Sorella Luna” di Zeffirelli, “Francesco” della Cavani, “Uccellacci e Uccellini” di Pasolini sono solo alcuni tra decine di titoli ambientati interamente o in parte nel nostro comune e nella nostra provincia.

Poter disporre in maniera permanente di queste documentazioni filmate, andando oltre il fattore “curiosità”, sarebbe un motivo di grande interesse culturale e sociale, perché attraverso queste narrazioni cinematografiche ci vengono raccontati, in modo diretto o indiretto, i cambiamenti delle nostre città e del nostro territorio, riuscendo in alcuni casi a restituire allo spettatore, come in un salto spazio-temporale, paesaggi, costumi, usanze e “spirito” dei luoghi utilizzati come scenografia, raccontando i nostri cambiamenti e ricordandoci con la potenza delle immagini da dove veniamo e dove stiamo andando.

Sarebbe auspicabile che le amministrazioni locali dei comuni della Tuscia facessero il lavoro che è riuscito a portare a termine, con ammirevole dedizione, un privato cittadino come Silvio Cappelli: ricercare presso le cineteche film ormai introvabili o di difficile reperibilità, investendo somme tutto sommato risibili per un bilancio (il riversamento è costato seicento euro) per restituire ai propri cittadini questi preziosi frammenti di memoria.

E sarebbe altrettanto auspicabile che i comuni della Tuscia viterbese mettessero insieme le forze per creare un festival cinematografico itinerante per diffondere lungo tutto il nostro territorio il ritratto della nostra gente e dei nostri paesaggi che registi italiani, e recentemente stranieri, hanno voluto creare e fissare su pellicola durante il corso degli anni, magari appoggiandosi a un progetto già esistente, il progetto “Tuscia in cine”, che da tempo si occupa della ricerca e della diffusione del cinema realizzato nella nostra terra.

Alfonso Antoniozzi


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20 maggio, 2013

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