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“Inchieste giornalistiche” per avere un posto di lavoro

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Roberto Angelucci [4]

Roberto Angelucci

Paolo Gianlorenzo [5]

Paolo Gianlorenzo

(s.m.) – Non solo Francesco Battistoni e Piero Camilli. 

Nell’inchiesta appena chiusa sul giornalista Paolo Gianlorenzo spuntano nuove presunte vittime della macchina del fango. Una è Roberto Angelucci.

Che l’imprenditore della sanità abbia subìto virulenti attacchi a mezzo stampa da Gianlorenzo non è un segreto. Il patron del gruppo Ro.Ri. ha occupato spesso le pagine del quotidiano un tempo diretto dal giornalista viterbese. Il motivo apparente era il coinvolgimento dell’imprenditore nella maxi inchiesta sulla Asl di Viterbo. Ma per gli inquirenti c’è dell’altro.

Dietro l’accanimento di Gianlorenzo su Angelucci, ci sarebbe almeno un’altra ragione, che avrebbe poco a che vedere con inchieste giornalistiche e diritto di cronaca. Secondo il pm Massimiliano Siddi, Gianlorenzo voleva “costringere Angelucci a procurargli l’ingiusto profitto derivante dall’assunzione quale direttore del quotidiano Nuovo corriere viterbese, ovvero dall’assunzione con un contratto a tempo indeterminato presso il quotidiano Libero, entrambi riferibili agli interessi editoriali della famiglia Angelucci”.

Un atteggiamento che il pm Siddi qualifica come tentata estorsione. Una delle tante che il magistrato contesta a Gianlorenzo. Vittime diverse ma stesso meccanismo: “pressioni” e “mirata campagna stampa denigratoria” su chi lo intralciava o, peggio, aveva osato negargli qualcosa. Proprio come Angelucci.

Nei primi mesi del 2012, Gianlorenzo le avrebbe provate tutte per convincere l’imprenditore a offrirgli un posto di lavoro. Una specie di filosofia del bastone e la carota applicata alle minacce: talora “esplicite”, talora “larvate”. Ma pur sempre “reiterate” e continue. Ad Angelucci avrebbe detto “di essere molto ben introdotto all’interno dell’Arma dei carabinieri, dalla quale riceveva le informazioni in anticipo e alludendo al fatto di essere molto amico di un certo personaggio, descritto come “uomo nero”, che esercitava il potere a Viterbo”. 

Ma, non sortendo l’effetto sperato, avrebbe tentato un’altra strada: quella della “mediazione” con Evandro Ceccarelli, allora direttore del Nuovo corriere viterbese, oggi chiuso e un tempo edito dagli Angelucci. Gianlorenzo gli avrebbe detto “di essere disponibile a mantenere sul proprio giornale un profilo basso nei confronti dello stesso Angelucci e di suo figlio Fabio, in relazione alle vicende giudiziarie nelle quali erano entrambi coinvolti”. Il tutto a patto che Angelucci “cambiasse atteggiamento nei suoi confronti, venendo incontro alle sue esigenze”. Cosa che non avvenne mai.

L’imprenditore non cedette al ricatto e il suo “diniego” scatenò, secondo l’accusa,  la “mirata campagna stampa denigratoria”, meglio nota come macchina del fango. Succedeva tra gennaio e febbraio 2012. A marzo, Gianlorenzo avrebbe ricevuto la prima visita in redazione degli uomini della polizia giudiziaria, con un mandato di perquisizione valevole come avviso di garanzia. 


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