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“Mai soli in redazione, per paura di ritorsioni”

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Paolo Gianlorenzo [4]

Paolo Gianlorenzo

Paura di rimanere in redazione da soli. Sensazione inusuale per dei giornalisti. Ma non per i colleghi di Paolo Gianlorenzo.

La vita di redazione era tutt’altro che facile per i fuoriusciti di “Nuovo Viterbo Oggi” e dell'”Opinione di Viterbo”. Il pm Massimiliano Siddi li ha ascoltati uno a uno mesi fa. Al magistrato titolare dell’indagine su Gianlorenzo e la macchina del fango, i redattori hanno parlato dell’aria pesante che regnava al giornale.

“Il clima era sempre intimidatorio” afferma Roberto Pomi, del gruppo dei sei collaboratori che hanno denunciato Gianlorenzo. Dal suo capo, il giornalista è stato “più volte minacciato di botte, una volta persino in sede assembleare”. Proprio per quegli episodi, a Gianlorenzo è contestata l’accusa di minacce.

Ma al magistrato, Pomi racconta anche altro. “Posso riferire di alcune strane circostanze, come per esempio la volta in cui, giunto in redazione per lo svolgimento della prima assemblea regolare, la trovai composta anche da soggetti che apparentemente non c’entravano nulla con la cooperativa, che conoscevo in quanto buttafuori nelle discoteche“. Uno risultava socio della cooperativa editrice del quotidiano. Il sospetto di Pomi era che “la presenza di numerosi soci mai visti prima” avesse “alterato l’equilibrio sociale”, con conseguenti “decisioni illegittime”.

Ma ancor più preoccupante dell’assetto societario sballato erano le armi più o meno improprie che Gianlorenzo avrebbe tenuto in redazione, secondo le testimonianze dei giornalisti. Gli agenti della polstrada hanno trovato e sequestrato solo un tirapugni che è valso al giornalista l’accusa di detenzione abusiva di arma. Ma i suoi colleghi ne elencano altre. Glauco Antoniacci – anche lui tra i “dissidenti” che hanno denunciato Gianlorenzo – ricorda una mazza da baseball “all’interno della sala server”. Daniele Camilli aggiunge la “pistola ad aria compressa nella stanza di Viviana Tartaglini”.

Pomi parla anche di “diversi coltelli” e addirittura di “un’ascia, nella parte sportiva della redazione”. Oggetti che “incutevano un certo timore – continua Pomi – al punto che, con alcuni colleghi, alla luce del clima intimidatorio che si era creato, avevamo deciso, per paura di ritorsioni nei nostri confronti, di non rimanere mai soli in redazione”. Delle altre tre pistole che aveva in casa, Gianlorenzo non ha mai denunciato il trasferimento, dopo il suo cambio di residenza. Da qui, la violazione delle norme del testo unico di pubblica sicurezza, contestata insieme alla lunga sequela di reati connessi alla macchina del fango.

Solo Camilli parla di un dossier su Camilli stesso che Gianlorenzo gli avrebbe detto di conservare, aggiungendo che a consegnarglielo era stato un carabiniere.

Un’ex redattrice di “Nuovo Viterbo Oggi” ricorda il “linguaggio colorito” e le “espressioni minatorie” del direttore. Un’altra ha chiuso in modo brusco il suo rapporto di lavoro con Gianlorenzo. “Mi voleva immotivatamente negare il riconoscimento dello svolgimento del periodo di pratica presso l’editoriale Ciociaria Oggi di cui era direttore. Accampava motivazioni pretestuose”. La ragazza è stata più volte trasferita da una redazione all’altra. “Sono stata costretta a dimettermi per non subire più le sue angherie. Alla fine del rapporto sembrava che qualsiasi accadimento riguardasse il giornale fosse colpa mia o, comunque, dipendesse da me. Mi accusava di volermi impadronire del giornale diventandone il direttore”.

L’ex collaboratrice non si sente tranquilla. Anche a distanza di anni. “Ad oggi ho paura di Paolo Gianlorenzo, in quanto, come ho detto, ci siamo lasciati male, ma soprattutto perché ritengo che si tratti di persona imprevedibile, cui più volte ho sentito dire, a proposito di altre persone, espressioni del tipo: Quello là lo sistemo io, gli mando qualcuno per menarlo“.

Ovviamente si tratta di testimonianze che le difese cercheranno di contrastare. Ma il quadro è a dir poco inquietante.


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