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“Vogliamo la riapertura del caso”

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Il fratello di Attilio, Gianluca Manca [3]

Il fratello di Attilio, Gianluca Manca

Attilio Manca [4]

Attilio Manca

(s.m.) – “Sono disperato come cittadino, prima ancora che come fratello. Il tribunale di Viterbo ha preso una decisione iniqua. Basata sulle indagini carenti della Procura”. 

Gianluca Manca si sente preso in giro. Imbarazzato.

Non si rassegna all’archiviazione delle indagini sulla morte del fratello Attilio. La decisione del gip va accettata, ma né lui né la sua famiglia riescono a condividerla.

“Restiamo convinti che il tribunale di Viterbo non abbia voluto affrontare giuridicamente tutti gli elementi della vicenda. Lo stesso si può dire, prima ancora che del tribunale, della Procura. Le indagini sono state poche, superficiali e lacunose. Hanno voluto far morire Attilio di omicidio colposo per cessione di droga. Ma di indizi che portino a pensare che questa sia la strada giusta, non c’è traccia”.

Attilio Manca muore a 35 anni. Trovato cadavere nel suo appartamento a Viterbo il 12 febbraio 2004. Sul braccio sinistro ha i segni di due iniezioni di eroina e tranquillanti. Gli indagati sono prima dieci. Poi sei. Già due anni fa, il gip di Viterbo Salvatore Fanti aveva escluso la pista mafiosa, disponendo cinque archiviazioni e ordinando al pm Renzo Petroselli di indagare solo per omicidio colposo per assunzione di stupefacenti. Una tesi che, per i Manca, fa acqua da tutte le parti.

“Sulle siringhe non ci sono tracce di dna – sottolinea Gianluca Manca -. Nessuna impronta. Neanche quelle di Attilio. Come possiamo far capire che, se è così, è perché sono state distrutte? Chi ha ucciso Attilio? Un fantasma? L’enigma della morte di Attilio non lo abbiamo creato noi familiari. A distanza di nove anni, la sua morte resta un enigma perché non si è indagato a sufficienza”.

La Procura ritiene di aver trovato la soluzione identificando la pusher di Attilio in Monica Mileti. Unica romana del gruppo di indagati. L’unica per la quale il pm Renzo Petroselli ha chiesto il rinvio a giudizio. “A quel processo andremo fino in fondo – promette Gianluca, anche se, al momento, l’udienza preliminare non è ancora stata fissata -. Faremo tutto ciò che è in nostro potere per far emergere la verità giudiziaria. La decisione del gip ci imbarazza, ma l’accettiamo con la massima dignità. Tutt’altro che passivamente. Vogliamo agire. Andare avanti. Ottenere la riapertura del caso. A questo scopo, non mi rivolgo più alla giustizia, ma ai cittadini. Perché oggi siamo coinvolti noi. Domani, potrebbe toccare a qualcun altro. Ed è un’umiliazione che non auguro a nessuno“.


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