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Gianlorenzo usava il nome del prestanome di Ciarrapico

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Paolo Gianlorenzo a "Presa diretta" [3]

Paolo Gianlorenzo a “Presa diretta”

Paolo Gianlorenzo a "Presa diretta" [4]
Paolo Gianlorenzo a "Presa diretta" [5]

Spunta il nome di un prestanome di Ciarrapico nell’inchiesta sulla macchina del fango.  Anche se lui, in realtà, non c’entra nulla con l’inchiesta aperta a Viterbo sul giornalista Paolo Gianlorenzo, l’ex assessore Angela Birindelli e altre nove persone.

Il nome è quello di Antonio Riccardi. “Testa di legno” dell’ex senatore Pdl, secondo l’inchiesta del programma di Rai3 “Presa diretta”.

La trasmissione di Riccardo Iacona, lunedì sera, ha concesso un piccolo spazio a Gianlorenzo, in una puntata interamente dedicata all’evasione fiscale.

Il giornalista viterbese plurindagato viene presentato come “direttore di quasi tutti i giornali di Ciarrapico. Ha conosciuto tutti i suoi prestanome e lui stesso lo è stato per un breve periodo”. E’ Gianlorenzo a parlare di Riccardi alle telecamere di Rai3: “Antonio Riccardi era il tesoriere che gestiva tutti i conti bancari. Era quello che disponeva tutto e manovrava la contabilità di tutte le aziende”.

Ma forse Riccardi non sa di aver fatto il “prestanome” anche a Gianlorenzo in almeno un’occasione, secondo gli inquirenti. 

L’ex direttore dell’Opinione di Viterbo e  Nuovo Viterbo oggi si spacciò per Riccardi con uno scopo preciso: ottenere informazioni sulla figlia del giudice di Viterbo Salvatore Fanti, “colpevole” di aver respinto le richieste di arresto per gli indagati dell’inchiesta Asl. Bastò questo a esporre il giudice al fuoco di fila del giornalista che, attraverso la sua rete di informatori – anche loro indagati – scopre che le sorelle Fanti lavorano una a Villa Buon Respiro e una alla Asl. E giù con gli articoli al vetriolo contro il giudice, accusato da Gianlorenzo di scarsa imparzialità.

Tra i tanti reati contestati al giornalista nell’indagine sulla macchina del fango, c’è anche la sostituzione di persona proprio per essersi presentato come Antonio Riccardi. E’ il 22 febbraio 2012. Gianlorenzo, sempre secondo gli inquirenti, chiama il centralino della clinica Villa Buon Respiro e, fingendosi Riccardi, chiede di una delle due figlie del giudice Fanti. Pochi giorni dopo pubblica l’articolo sul magistrato che ha negato gli arresti per “Sanitopoli” e sulle figlie che lavorano in strutture sanitarie viterbesi. Il tutto al solo fine di “screditarne l’operato pubblicamente”, scriveranno gli investigatori nelle carte.

Ora Gianlorenzo è l’indagato di punta del fascicolo sulla macchina del fango: un tritacarne di articoli scritti contro il bersaglio di turno, quasi sempre per ottenere qualcosa. I collaboratori di Gianlorenzo lo chiamano “metodo Ciarrapico”. E il giornalista lo conosce a menadito. Qualche esempio? Roberto Angelucci, imprenditore nell’editoria e nella sanità laziale, indagato nell’inchiesta sulla Asl viterbese. Gianlorenzo prima lo massacra sul suo giornale, poi gli chiede un lavoro a Libero.

E ancora Piero Camilli, imprenditore e sindaco di Grotte di Castro: il giornalista lo bersaglia per un po’, ma fa marcia indietro quando capisce che non gli conviene. “Non lo puoi ammazza’, fattelo amico. Ciarrapico docet”, dice in una delle tante intercettazioni raccolte dalla polstrada nell’inchiesta viterbese. 

E infine Francesco Battistoni, ex capogruppo regionale Pdl. Il nemico numero uno, inviso soprattutto all’ex assessore regionale Angela Birindelli. Per la procura, tra lei e Gianlorenzo c’è un accordo preciso: la pubblicità dell’assessorato all’Agricoltura sul quotidiano di Gianlorenzo (18mila euro) in cambio della gogna mediatica per Battistoni. Per il pm Massimiliano Siddi è tentata estorsione e corruzione.


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