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Viterbo - Lesioni aggravate, processo in carcere a Domenico Gallico - Le versioni del magistrato della Dda e del capocosca di Palmi

Pm antimafia picchiato dal boss: “Mi aspettavo un’aggressione”

di Stefania Moretti
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Il carcere di Viterbo a Mammagialla

Il carcere di Viterbo a Mammagialla 

Viterbo – “Sapevo che avrebbe cercato di picchiarmi. Domenico Gallico è il capo della cosca calabrese sulla quale ho indagato per anni. Non mi aspettavo niente di diverso”.

La voce del pm antimafia Giovanni Musarò rimbomba nell’ala 41 bis del carcere di Viterbo. A un anno dal pestaggio subìto da parte del boss della ‘ndrangheta Domenico Gallico, Musarò torna a Mammagialla per testimoniare.

L’aggressione avviene in pochi attimi, in una saletta del penitenziario viterbese. E’ qui che il capocosca di Palmi e il magistrato della Dda di Reggio Calabria si incontrano per la prima volta per un interrogatorio. Ma il boss e il pm si conoscono già: è Musarò ad aver decimato la ‘ndrina Gallico con arresti e sequestri. Una guerra aperta al clan che il pm ha pagato cara: quel 7 novembre 2012, a Mammagialla, Gallico gli spacca il naso con un pugno. Non prima di avergli stretto la mano per dirgli che era un piacere conoscerlo.

“A quel colpo ne sono seguiti altri mentre ero a terra”, ha spiegato ieri mattina il magistrato al processo contro il suo aggressore per lesioni aggravate e resistenza a pubblico ufficiale. Dopo di lui, le testimonianze dell’avvocato Luigi Mancini, difensore d’ufficio di Gallico intervenuto in difesa del pm, quel giorno, e degli agenti penitenziari Luigi Di Filippo e Maurizio Ferrara.

Al processo, Musarò è solo parte offesa; i due secondini parte civile per le ferite riportate nella colluttazione con il boss. Su di loro (difesi dagli avvocati Remigio Sicilia e Simona Bellezza) e sul collega Felice Contestabile è stato aperto un fascicolo per falso e omessa consegna. Il magistrato aveva inviato ben due comunicazioni al carcere di Viterbo nei giorni precedenti il suo arrivo. Chiedeva due agenti di custodia: sapeva che Gallico poteva fargli del male.

Il perché sta nei trascorsi criminali del boss e nella lunga serie di colpi inflitti al suo clan da Musarò. Davanti al giudice Rita Cialoni, il pm antimafia riepiloga i fatti in un excursus lungo quasi tutti i suoi quaranta minuti di testimonianza. Qualche giorno prima dell’interrogatorio, Musarò aveva fatto sequestrare la villa simbolo della cosca a Palmi. Confische milionarie, ma anche tanti arresti. 52 solo nell’operazione “Cosa mia” del 2010, sulle tangenti per gli appalti della Salerno-Reggio Calabria. Musarò spedisce in cella le donne del clan. Riporta nelle patrie galere latitanti fuggiti all’estero. Fa arrestare persino la madre 90enne di Gallico, mentre un parente del boss tenta di sgozzarsi in carcere.

In videoconferenza da Tolmezzo, dov’è stato trasferito dopo il pestaggio, Gallico spiega per circa un’ora le sue ragioni. “Non ce l’ho col magistrato, ma con quello che mi è stato fatto durante le indagini e i processi”. Nega di aver pianificato l’aggressione al pm: “Gli ho visto un’espressione sul viso che non mi è piaciuta. Quindi l’ho colpito”. Il suo avvocato d’ufficio Fabrizio Ballarini aveva chiesto un termine, anche solo di pochi minuti, per consultare gli atti, ma il giudice ha rifiutato. La difesa ha potuto seguire l’udienza solo grazie al pm Musarò, che si è offerto di prestare gli atti.

L’istruttoria è chiusa. A febbraio la sentenza.

Stefania Moretti

 


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25 ottobre, 2013

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