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Interviene il presidente di Confartigianato Stefano Signori

“Le associazioni devono sostenere lotta alla povertà di ritorno”

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Stefano Signori

Stefano Signori 

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Chi precipita nell’indigenza, dopo esserne uscito è rancoroso, rabbioso, scontento. Diventa un potenziale populista, acerrimo nemico del giusto. Queste giornate di forte tensione sociale dimostrano questa logica, mettendone in evidenza tutti gli aspetti e tutte le difficoltà.

L’equità è nata per combattere le ingiustizie ma governa con difficoltà la povertà di ritorno, il tuffo nella miseria di un pezzo largo del ceto medio.

Si cerca da tempo ormai di trasmettere tutta la criticità di questa situazione ai parlamentari che troppo spesso emettono dichiarazioni e verdetti meritori di honorem al “revisionismo accattone”.

Si cerca di decodificare quei concetti, divenuti parole chiave della nostra società, che paradossalmente sembrano essere divenuti meri contenitori privi di sostanza come sussidiarietà, mutualità, giustizia sociale, occupazione, lavoro per i giovani. Reddito minimo di cittadinanza, per chi si forma e per chi è pronto a mettersi in gioco rendendosi disponibile a una varietà di lavori – impossibile impedire alla mente di andare a quella “certa somma di reddito per chi è disposto a impegnarsi in attività utili alla collettività”, ’idea lanciata da Bertrand Russell nella carneficina delle trincee del 1918.

Nella legge di stabilità sembra esserci un primo tentativo di recuperare questa proposta, sperimentando e allargando le maglie dell’idea. Sussidi per disoccupati che si impegnano in servizi di pubblica utilità; riforma della “riforma Fornero” che trattiene 550mila persone al lavoro e rappresenta un tappo per chi è in cerca di occupazione.

Essere vicini all’universo imprenditoriale per evitare che gli effetti della crisi portino a gesti estremi dinnanzi ai quali ci troviamo ad essere spettatori impotenti. Allargare la rete della rappresentanza. Le strutture istituzionali che hanno tessuto l’unità della nazione stanno regredendo dalla loro funzione. Caduta la loro terzietà, l’intermediazione tra potere e cittadini si è persa.

In questo contesto in cerca d’assestamento si fanno strada fenomeni interessanti – reti di neoprofessioni, unità di intenti tra associazioni di categoria un tempo divise – ma la precarietà resta senza diritto di cittadinanza. Il sindacato non si occupa di chi non ha un lavoro fisso. Un sindacato a maggioranza di pensionati (54% degli iscritti) quanta parte dei lavoratori rappresenta se gli oltre 4 milioni di donne e di uomini con contratti a tempo parziale non vi aderiscono?

C’è da domandarsi se lavarsi le mani perché la loro iniziativa fuoriesce dallo schema marxista della lotta di classe o assumersi una responsabilità in merito alla problematica della povertà di ritorno. Fenomeno che si combatte anche con un sistema scolastico efficiente, la strada alternativa alla formula bismarckiana “burro e cannoni”.

Se il moto, semplicistico, è che chi è dotato di un vocabolario più vasto, guadagna di più, conviene allora laurearsi e farlo in tempo anziché sposarsi con la famiglia giusta, sistemarsi come speravano le mamme. Va rovesciato il canone fissato a Barbiana da Don Milani negli anni sessanta perché oggi la competizione è più ampia e lo slogan “scuola per tutti” ha un valore se a sostenerlo sono la dedizione e il desiderio di apprendere di professori e studenti. Perché una scuola di bassa qualità toglie ai più bisognosi uno strumento per competere con chi ha di più.

A tal proposito allora, via con le banalità: c’è mai stato un anno scolastico iniziato senza supplenti e a orario pieno? Inutile rispondere. Bisogna sostenere gli studenti meritevoli con famiglie in difficoltà. Quanti sono i fuori sede costretti a interrompere gli studi perché il capofamiglia ha perso il lavoro?

È necessario che i docenti universitari a 65 anni di età (oggi restano fino a 70+2) lascino il posto ai più giovani, per favorire il ricambio e investire su ricercatori e associati. È fondamentale Investire nella scuola pubblica accettando il principio per il quale la scuola è pubblica anche se lo stato non la gestisce in prima persona ma a condizione che copra un disservizio statale e si doti di programmi compatibili.

Valutare i docenti, obbligare alla formazione continua, adeguare i giudizi scolastici al merito, accrescere i fondi per i progetti di alta qualità. Progetti che stimolano e fungono da spinte propositive. Impegni in direzione del cambiamento sociale che molto fanno pensare a quella politica di sostegno che muove il mondo delle associazioni.

La filosofia di pensiero che sta alla base della mission di Confartigianato imprese di Viterbo è paradigmatico di quanto affermato. Non si può auspicare al miglioramento se non si fa propria l’idea fondamentale dell’aiuto e del sostegno alla trasformazione. Bisogna investire energie e risorse affinché i cittadini possano riappropriarsi dell’educazione alla dignità e dunque alla crescita personale che è poi la molla che spinge il Paese a crescere e diventare collettivamente competitivo.

Stefano Signori
Presidente di Confartigianato


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9 dicembre, 2013

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