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Viterbo - Udienza preliminare per la 50enne imputata - L'ipotesi di omicidio colposo per cessione di droga risulta prescritta - Un'ora di requisitoria del pm

Caso Manca, chiesto il rinvio a giudizio per spaccio

di Stefania Moretti

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Attilio Manca, il medico trovato morto a Viterbo nel 2004

Attilio Manca, il medico trovato morto a Viterbo nel 2004

Il pm di Viterbo Renzo Petroselli

Il pm di Viterbo Renzo Petroselli, titolare dell’indagine

Gianluca Manca con il suo avvocato Antonio Ingroia

Gianluca Manca, fratello della vittima, con il suo avvocato Antonio Ingroia

L'arrivo di Ingroia a Viterbo per l'udienza

L’arrivo di Ingroia a Viterbo per l’udienza

Ingroia arriva a Viterbo per l'udienza

L’arrivo di Ingroia a Viterbo per l’udienza

Ingroia con il fratello di Attilio, Gianluca Manca

Ingroia e Gianluca Manca

Gianluca Manca

Gianluca Manca

Le auto della scorta davanti al tribunale

Le auto della scorta davanti al tribunale

Viterbo – Resta in piedi solo l’ipotesi di spaccio per Monica Mileti.

Per l’unica indagata per il caso di Attilio Manca, il giovane medico trovato morto a Viterbo, la procura di Viterbo ha chiesto il proscioglimento dal reato di omicidio colposo per cessione di droga, prescritto dal 2011.

Il pm Renzo Petroselli vuole il processo solo per lo spaccio della dose letale di eroina che ha stroncato Manca dieci anni fa.

Solo la pubblica accusa ha parlato all’udienza preliminare di stamattina. Una requisitoria di poco meno di un’ora in cui il sostituto procuratore ha riepilogato gli indizi a carico dell’imputata Monica Mileti, cinquantenne romana.

Sarebbe stata lei, secondo le indagini, a cedere al giovane urologo di Belcolle la dose di eroina che lo ha stroncato il 12 febbraio 2004, nella sua casa alla Grotticella (Viterbo). L’accusa lo deduce dall’incontro tra Mileti e Manca il giorno prima della sua morte. L’urologo avrebbe dovuto dare alla donna una ricetta medica ma, per la procura, la cinquantenne avrebbe consegnato a Manca la dose letale di eroina proprio in quell’occasione. A dimostrare l’avvenuto incontro ci sarebbe un’impronta palmare dell’imputata sull’auto del dottore.

Per il fratello del medico, Gianluca Manca, presente all’udienza “la procura si muove sulle solite incertezze giuridiche. Parlano di indizi, ma non hanno prove”. Con lui c’è l’ex pm di Palermo Antonio Ingroia, da oggi avvocato di parte civile dei Manca insieme al collega Fabio Repici. 

“La procura parla anche di testimoni a sostegno del fatto che Attilio si drogasse – afferma Ingroia -. Ma per noi sono tutti testimoni “interessati”. Uno è addirittura un ex indagato”.

Dai dieci indagati iniziali, il cerchio si è stretto prima su sei, cinque dei quali originari di Barcellona Pozzo di Gotto come il giovane medico. La sesta era Monica Mileti, unica donna e unica romana del gruppo. E ad oggi, unica indagata, dopo l’archiviazione degli altri, tra cui anche il cugino di Manca.

I familiari sostengono da sempre la tesi del delitto di mafia: Attilio sarebbe stato ucciso perché testimone scomodo, dopo aver operato il capo di Cosa Nostra, Bernardo Provenzano. Lo direbbero quei due buchi sul braccio sinistro, quando Attilio era mancino. Le siringhe, analizzate dopo otto anni, senza neanche le impronte di Attilio e sigillate col tappo salva-ago subito dopo l’uso. E poi i tabulati e la telefonata introvabile dalla Francia: risale all’ottobre 2003. Proprio quando Attilio, a detta della madre, era in Costa Azzurra per un intervento, contemporaneamente all’operazione del boss alla prostata. La madre Angela Manca ricorda distintamente di aver parlato al telefono col figlio dall’estero, ma dai tabulati non risulta. Per tutti questi motivi, tramite indagini difensive, sperano di poter far riaprire il caso dalla procura nazionale antimafia.

Gli inquirenti viterbesi tagliano corto: le impronte sulle siringhe non erano rilevabili già dal primo giorno per le loro dimensioni. Il fatto che Manca fosse mancino non gli avrebbe impedito di bucarsi. Il suo passato da assuntore di droga risulterebbe anche dall’esame del capello. Non un omicidio di mafia, insomma, ma una disgrazia di droga, come dichiarò lo stesso procuratore capo Alberto Pazienti alla conferenza stampa indetta dopo la chiusura delle indagini.

Alla colpevolezza di Monica Mileti i Manca non hanno mai creduto. Ma stamattina si sono costituiti comunque parte civile. “Credo sia d’obbligo usare ogni strumento procedurale per cercare la verità – ha affermato il fratello della vittima prima dell’udienza -. In dieci anni la procura di Viterbo non ha mai fatto indagini, se non lacunose e superficiali. Cercare la verità a 360 gradi è il compito della magistratura. Noi bussando alla procura di Viterbo abbiamo ricevuto solo porte in faccia”.

Alla prossima udienza del 3 febbraio parleranno Ingroia e Repici per la famiglia Manca, poi il difensore dell’imputata Cesare Placanica. La decisione spetterà al gup Franca Marinelli.

Stefania Moretti


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20 gennaio, 2014

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