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Viterbo - Le proposte del presidente di Confartigianato Stefano Signori per superare la crisi economica del paese

“Dieci punti per rilanciare lo sviluppo del paese”

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Stefano Signori

Stefano Signori 

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Il quinquennio appena conclusosi ci ha reso piuttosto evidente l’urgenza con la quale la cultura, per concretizzarsi fondamento dello sviluppo locale e della difesa dei territori, debba superare l’operato dell’economia dell’efficienza, che fonda la propria essenza nel criterio fondamentale della riduzione del costo del prodotto senza interessarsi delle ricadute umane, sociali e ambientali che tale processo comporta.

Per essere efficace, un’economia rispettosa dell’uomo e della natura deve avere come obiettivo il rafforzamento della solidarietà sociale subordinando le operazioni di mercato ai valori di equità, giustizia e comunità, ampliando la sfera del processo decisionale democratico. Bisogna lavorare per invertire quel processo per il quale l’economia deve essere dentro la società e non la società dentro l’economia.

Negli scorsi mesi abbiamo potuto indagare due modelli diversi, il neoliberismo e il socialismo burocratico centralizzato, che si sono dimostrati dannosi e destabilizzanti per la società civile. Discutendo in merito a quelle che sono state definite “le 5 emergenze del Paese”, sono saltati all’occhio i mali che affliggono la nostra nazione, le cui cause principali vanno ricercate in due differenti tipologie di crisi: la crisi da sovrapproduzione e quella di legittimità.

Per quanto riguarda la prima, va sottolineato che essa deriva dalla straordinaria capacità produttiva del sistema capitalistico che supera e contraddice la limitata capacità di consumo e d’acquisto della popolazione. L’aggravarsi della crisi da sovrapproduzione ha spinto il capitale a ricorrere a tre possibili rimedi che, invece di risolvere la situazione, l’hanno aggravata: la ristrutturazione neoliberista, la globalizzazione e la ‘finanziarizzazione’. Oggi assistiamo ai disastri conseguenti a questo fallimento.

La seconda causa dei mali italiani, invece, è la crisi di legittimità, legata a doppio filo alla rappresentatività senza la quale tutti i sistemi sono destinati al fallimento. Il sistema democratico liberale occidentale oggi è ampiamente discreditato per il modo in cui alcuni Paesi hanno piegato sia la democrazia che le istituzioni multilaterali come la banca Mondiale, l’Fmi e il Wto al fine di promuovere i propri interessi strategici.

Alla luce di quanto fin qui argomentato, è possibile individuare dieci punti atti a rilanciare lo sviluppo del nostro paese. Questo elenco, che nasce appunto dall’analisi critica della condizione in cui versa l’Italia, prende le mosse e si ispira a qui principi fondanti il mondo delle associazioni. Questi micro universi che, proprio come Confartigianato, vantano un’efficienza riconosciuta da più parti e riscontrata nelle quotidiane attività d’intervento realizzate, vanno presi a modello nella conduzione del Paese.

Uno: la politica deve sostenere anche le produzioni per il mercato interno, che deve tornare ad essere il centro di gravità dell’economia nazionale anche rispetto alla sola produzione per i mercati di esportazione.

Due: le normative nazionali ed europee devono far proprio il principio di sussidiarietà modificando le normative fiscali, tributarie e burocratiche per facilitare tutte quelle attività economiche collegate a forme di economia solidale locale.

Tre: la politica commerciale, per la parte “quote, tariffe e tasse” deve essere utilizzata per proteggere l’economia locale.

Quattro: la politica industriale, comprese le sovvenzioni, le tariffe e il commercio, deve essere utilizzata per rivitalizzare e rafforzare il settore manifatturiero.

Quinto: smitizzare la visione taumaturgica della parola “crescita”, attivando politiche congeniali al miglioramento della qualità di vita, atte a ridurre gli squilibri tra i ceti sociali, per vivere in un ambiente più salubre e rispettoso della natura.

Sesto: politiche in grado di favorire lo sviluppo e la diffusione di tecnologie rispettose dell’ambiente, congeniali in agricoltura, industria e commercio, senza essere ostaggio delle multinazionali o dei gruppi finanziari.

Sette: politiche capaci di non lasciare le decisioni strategiche economiche al mercato o ai tecnocrati, rilanciando su tutte le questioni essenziali il processo decisionale democratico. Le decisioni devono essere condivise e non lasciate nelle sole mani dei burocrati europei.

Otto: la società civile deve costantemente controllare e sorvegliare i settori ai quali lo stato garantisce sostegno e protezione superando le attuali pseudo forme di pubblicizzazione.

Nove: la proprietà immobiliare non deve perdere la sua funzione sociale a vantaggio di una funzione puramente finanziaria e speculativa: lo Stato non deve permettere che le famiglie vengano depredate legalmente.

Dieci: Le istituzioni centralizzate a livello mondiale come il FMI e la Banca Mondiale devono essere sostituite da istituzioni regionali fondate non sul libero scambio e la mobilità dei capitali ma sui principi di cooperazione.

non riteniamo che la globalizzazione possa essere umanizzata: non condividere il funzionamento di questa economia globalizzata non significa ritirarsi dall’economia internazionale, ma cercare con essa una relazione che possa accrescere le capacità di ognuno anziché soffocarle o distruggerle.

Il vero problema di questo tipo di globalizzazione, fondata sul libero mercato, è che nel processo di integrazione le economie locali e le capacità nazionali vengono schiacciate sotto il peso della presunta razionalità della divisione del lavoro, che nei fatti annienta ogni diversità. Al contrario, come la storia imprenditoriale del nostro Paese ci insegna, la diversità è essenziale anche per lo stato di salute dell’economia.

Il criterio dell’efficienza contraddice il benessere generale: piuttosto che di efficienza bisogna ragionare in termini di efficacia, ampliando così il discorso a quegli strumenti economici più adatti per assicurare la solidarietà sociale e per creare un sistema economico subordinato ai valori e ai bisogni della società e non viceversa. Dobbiamo approfittare della crisi dell’attuale sistema per rivendicare la necessità di cambiare e abbracciare “il fare della solidarietà sociale”.

Stefano Signori
presidente di Confartigianato Viterbo


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17 gennaio, 2014

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