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Caso Manca - L'avvocato Antonio Ingroia a Viterbo si scaglia contro l'inchiesta della procura

“Prove manomesse e falsificate”

di Stefania Moretti

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Antonio Ingroia a Viterbo

Antonio Ingroia a Viterbo 

Antonio Ingroia a Viterbo

Antonio Ingroia a Viterbo 

Antonio Ingroia a Viterbo

Antonio Ingroia a Viterbo 

Antonio Ingroia a Viterbo

Antonio Ingroia a Viterbo 

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Antonio Ingroia a Viterbo

Antonio Ingroia a Viterbo 

Attilio Manca, il medico trovato morto a Viterbo nel 2004

Attilio Manca, il medico trovato morto a Viterbo nel 2004

Angela Manca, la madre di Attilio Manca

La madre Angela Manca

Viterbo – “In questo caso non solo c’è una verità occultata, ma prove manomesse e falsificate”.

Antonio Ingroia lancia nuove frecce avvelenate contro l’inchiesta della procura di via Falcone e Borsellino. Ieri mattina, l’ex pm di Palermo ha debuttato come avvocato dei familiari di Attilio Manca, il giovane medico siciliano trovato morto dieci anni fa nella sua casa a Viterbo (videoyoutube – fotocronaca).

Inutile dirlo, la scena è stata tutta dell’ex toga, che ha messo in fermento un intero palazzo di giustizia.

Qualcuno lo aspettava. Qualcun altro è rimasto stupito nel vederlo arrivare con la sua poderosa scorta e girare per i corridoi del piccolo tribunale viterbese.

Lui sorride. Stringe mani. E, in poche ore, diventa il protagonista di un lunedì mattina più pigro del solito, con poche udienze e quasi tutte a rischio per lo sciopero degli avvocati. Compresa la sua.

“E’ soltanto un momento di passaggio – spiega, prima di entrare in aula, ai microfoni di Tusciaweb -. So già che i legali dell’imputata aderiranno all’astensione e l’udienza sarà rinviata. Quello che cercheremo di chiedere sarà un rinvio a breve, in modo tale che si possa arrivare intanto a una sentenza”.

L’imputata è Monica Mileti, romana, unica indagata “superstite” del caso Manca. Le posizioni degli altri cinque inquisiti, tutti siciliani di Barcellona Pozzo di Gotto sono state archiviate. Per il pm Renzo Petroselli è lei ad aver ceduto a Manca la dose di eroina che lo ha stroncato il 12 febbraio 2004, a 35 anni. Sul braccio i segni di due iniezioni. Una morte per overdose, sostiene la procura. Droga mista a sedativi. E davanti al gup, viene trascinata la Mileti per omicidio colposo per cessione di stupefacenti. Ma Ingroia ha un’altra idea.

“Com’è noto l’impostazione della procura non è da noi condivisa, anzi è fortemente criticata. L’obiettivo è che si riapra veramente il caso sull’omicidio di Attilio Manca e che si faccia un’indagine a fondo per quello che, secondo noi, è certamente un delitto di mafia”.

L’ex procuratore aggiunto chiama in causa la procura nazionale antimafia. Annuncia indagini difensive per portare questo caso il più lontano possibile da Viterbo, perché la posizione della procura, a suo dire è “palesemente pregiudiziale”.

La famiglia Manca insiste da sempre sulla pista mafiosa. Meglio ancora, la pista Provenzano. Il capo della mafia, “Binnu ‘u tratturi”, potrebbe aver scelto di farsi operare dall’urologo di Belcolle: il dottor Manca, poco più che trentenne, ma già luminare nella chirurgia laparoscopica.

Il capo dei capi viene operato tra il 25 ottobre e il 4 novembre 2003. Angela Manca è sicura che il figlio Attilio, in quei giorni, fosse in Costa Azzurra. Ricorda una sua telefonata dalla Francia che, però, non compare nei tabulati. I Manca chiedono perché. Ma per gli inquirenti quella telefonata non è mai esistita.

“Non è stato dato alcun ascolto alle istanze di una famiglia che ha sofferto – afferma ancora l’avvocato Ingroia -. Trovo sconcertante dal punto di vista investigativo che non si sia data prova di apertura mentale, perché bisogna saper ascoltare le ragioni di tutti. Sono stati dati degli input investigativi da parte dei familiari di Attilio Manca che andavano approfonditi. Andavano scandagliati. Sarà mio compito in qualità di avvocato della famiglia svolgere un’attività difensiva sostitutiva a quella della procura ma è un peccato, perché penso che queste cose tocchino allo Stato e non ai difensori di parte civile“.

In realtà, sulla carta, i Manca sono ancora parte offesa. Valuteranno forse già all’udienza di lunedì prossimo se costituirsi o meno parte civile. Troppo presto per decidere se chiederanno o meno il proscioglimento dell’imputata. Ma un fatto è certo: non la ritengono colpevole della morte del medico. Né ritengono “un caso” quel verbale falso, secondo “Chi l’ha visto”, firmato dall’ex capo della mobile Salvatore Gava, che attestava che Manca era in servizio a Belcolle nei giorni dell’intervento al capo dei capi. La trasmissione di Rai3 ha scoperto che il medico non era in ospedale il 25, il 26 e il 31 ottobre e il 30 aveva staccato prima.

Per Ingroia, “E’ una conferma inquietante del fatto che una verità è stata occultata. Non solo una verità occultata e mascherata ma, in questo caso, prove manomesse e falsificate”.

Stefania Moretti


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14 gennaio, 2014

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