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Processo Drago - Droga e anabolizzanti - La refurtiva trovata su un sito di transazioni online - Gli investigatori raccontano l'inchiesta

Il bottino dei furti rivenduto su Internet

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Uno degli arrestati, Django Barberio

Django Barberio, uno dei capi del sodalizio sgominato dai carabinieri 

Le sostanze dopanti

Le sostanze dopanti

Le sostanze dopanti

Il maresciallo Paolo Lonero, comandate della stazione di Soriano nel Cimino

Il maresciallo Paolo Lonero, comandate della stazione di Soriano nel Cimino

Il capitano Giovanni Martufi, comandante del nucleo investigativo

Il capitano Giovanni Martufi, oggi comandante del nucleo investigativo

Il maresciallo Lonero, il capitano Gesmundo e il capitano Martufi

Il maresciallo Lonero, il capitano Gesmundo, il capitano Martufi e a sinistra il maresciallo Scoparo, alla conferenza sull’operazione Drago

Viterbo – Furti dove capitava: case, negozi, ristoranti. Per poi vendere la refurtiva su Internet e intascare soldi da reinvestire in cocaina.

Funzionava anche così il business degli indagati del processo Drago. Lo raccontano gli investigatori in aula.

In quaranta finirono in arresto nella primavera del 2012. Ma tra patteggiamenti, riti abbreviati e pezzi di processo finiti al collegio per i reati più gravi, davanti al giudice Eugenio Turco sono arrivati in 11 per rispondere di furto, spaccio e traffico di anabolizzanti.

“L’indagine culmina nella maxioperazione Drago del maggio 2012 – spiega il comandante dei carabinieri di Soriano Paolo Lonero -. Fu seguita da me e i miei uomini insieme al Nucleo operativo radiomobile di Viterbo, allora coordinato da Giovanni Martufi”. L’inchiesta parte dai fratelli sorianesi Django e Michel Barberio, apparentemente vittime della follia di un certo Dragos che crivella di colpi la loro Bmw. Solo in un secondo momento i militari si accorgono che il gesto di Dragos è dettato dall’esasperazione: i Barberio lo perseguitano. Vogliono i soldi di una vecchia partita di droga.

Le intercettazioni svelano i contatti tra i due fratelli e la fitta rete di persone che, per l’accusa, finanziava il traffico di cocaina con altre attività illecite. Tra cui il traffico di anabolizzanti e i furti. Fino alle estorsioni e alla prostituzione, ma questo è un processo a parte.

“Di furti ce ne risultano diversi – spiega Lonero -. Dai 1200 mattoncini rubati a Vignanello nel marzo 2011 ai due box doccia, uno dei quali recuperato su Internet. Poi un cellulare, un doppio furto in una casa, un altro in un ristorante a Viterbo e in una profumeria ad Attigliano. Merce rivenduta sul sito di transazioni online Subito.it”. 

Poi gli anabolizzanti come il Testovis scambiati dagli indagati negli incontri monitorati dai carabinieri. Molti di loro frequentavano gli ambienti delle palestre.

E infine la cocaina. Per l’accusa, attività di punta del cartello e regina delle intercettazioni, dove se ne parlava sotto falso nome. “Controllavamo i tragitti in macchina degli indagati piazzando dei gps nelle auto – racconta il maresciallo Piergiorgio Scoparo del Norm -. Così potevamo seguirli anche a una certa distanza e poi entrare in azione. I viaggi nella capitale servivano per fare rifornimento. Il percorso della droga era da Modena a Roma e da Roma a Viterbo. Trattavano esclusivamente cocaina”.

I carabinieri hanno fermato gli acquirenti e poi gli spacciatori. “Una volta li abbiamo trovati con 66 grammi e mezzo di polvere bianca”, dice ancora Scoparo. 

Ascoltati anche due amici che, una sera, si erano rivolti a uno degli indagati per comprare cocaina da lui. Ma l’acquisto sfumò all’ultimo secondo. Il processo continua ad aprile.


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6 febbraio, 2014

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