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Montefiascone - Minorenni denunciano violenza sessuale - La testimonianza della 19enne, filtrata da psicologa e avvocato - Ieri, primo incontro tra lei e gli indagati - Ad aprile processo e sentenza

“Pensavo che mi avrebbero uccisa”

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Il tribunale di Viterbo

Il tribunale di Viterbo

Montefiascone – (s.m.) – Ha temuto di morire, in quelle tre ore nel bosco, insieme ai quattro che l’avrebbero violentata.

A due anni da quella notte, la 19enne russa torna in Italia. Era minorenne quando, insieme all’amica norvegese, denunciò cinque ventenni viterbesi, quattro di Acquapendente e uno di Onano. Li accusavano di averle violentate in macchina, dopo una serata in discoteca. Uno si appartò con la 16enne, mentre con la russa restarono in quattro, a consumare rapporti sessuali per tre lunghe ore in macchina.

L’udienza preliminareIeri lei li ha rivisti tutti per la prima volta. Sola. Perché l’amica norvegese ha preferito non venire all’udienza preliminare per i cinque ventenni che ad aprile saranno processati. Prima volta in aula per loro, come per la 19enne russa. Primo incontro dopo due anni terribili, per gli indagati e per le vittime.

Non si guardano, mentre aspettano che l’udienza cominci. Solo per un attimo, lei sfreccia davanti al gruppo dei ragazzi e passa oltre senza degnarli di un’occhiata, col cappuccio della felpa alzato e gli occhiali scuri per nascondere le lacrime. Per tutto il resto del tempo, lei e loro se ne stanno come separati da un muro invisibile. La 19enne si rifugia in un angolo. Statura piccola e due occhi azzurri che non smettono un attimo di lacrimare. Le sono accanto i genitori, il suo avvocato Alessandro Sola, la psicologa forense Larissa Sazanovitch, Kiril Maslennikov dall’ambasciata russa e Claudio Berardi, legale dell’amica norvegese.

I ragazzi fanno gruppo appoggiati al muro. Ben vestiti, tesissimi e compatti come dall’inizio delle indagini, quando negavano all’unisono di aver fatto qualcosa che le due amiche non volessero.

Le conseguenze sulla ragazza – La 19enne risente ancora dei postumi di quella notte. “Le è rimasta la fobia del buio e della solitudine – dice la psicologa che l’ha seguita nell’incubo -. Nello studio è sempre stata bravissima, ma all’inizio ha avuto un blocco. E’ voluta tornare a tutti i costi in Russia dove, ora, studia biologia. Ma tra lo stress e gli attacchi di panico è davvero molto dura”.

“Ci ha detto che in quel bosco ha avuto paura di morire – racconta l’avvocato della 19enne, Alessandro Sola –. Ha fatto quello che loro volevano solo per paura. Inizialmente, forse, non si è nemmeno resa conto di quello che le stava succedendo”.

Erano quattro contro una. E lei aveva 17 anni appena.

29/30 settembre 2012 – I ragazzi li aveva conosciuti quella notte di sabato 29 settembre 2012 con l’amica 16enne alla discoteca Theatro’. I difensori Paolo Angelo Sodani e Giandomenico Caiazza parlano di testimoni che li avrebbero visti in atteggiamenti affettuosi. Dicono che sono state le due amiche a chiedere lo strappo a casa. Ma tra un passaggio e un’avance ce n’è di strada. Così come tra le effusioni e il sesso in sette, stipati in macchina. Il compito del gup Salvatore Fanti sarà fissare un confine. Stabilire quanto si è passato il segno, dentro quella Polo grigia rimasta ferma tre ore in un bosco. Capire se le ragazze abbiano provocato e i ragazzi frainteso. E alla fine, decidere del destino di sette giovani, tra indagati e vittime, con tutta una vita davanti.

La denuncia è stata sporta il primo ottobre. Non subito. “Al trauma della violenza, si era aggiunta la preoccupazione per la sua carriera – spiega l’avvocato Sola -. La ragazza ha un quoziente intellettivo di gran lunga superiore alla media. Lei e l’amica arrivarono in Italia con una borsa di studio: per loro era motivo di orgoglio. Non volevano sciupare tutto”.

L’attendibilità delle ragazze e gli appigli delle difese – Ma ci sono le contraddizioni. I racconti non coincidenti. La 16enne che, ascoltata dal pm, dice che pensava che l’amica stesse bene, perché non la sentiva gridare. C’è l’intercettazione ambientale in procura, prima dell’interrogatorio, in cui una invita l’altra a ritrattare. C’è che per tre ore sono rimaste in quel bosco senza provare a scappare, scrivono i giudici del Riesame nel rigettare gli arresti dei cinque. E, forse, c’era anche una questione di opportunità: anziché rincasare a mezzanotte, le ragazze si presentano alle 8 del mattino. Una violazione gravissima per cui potevano anche essere rispedite a casa. E loro non volevano.

“Non ha gridato perché le tappavano la bocca con le mani – spiega, ancora, l’avvocato della ragazza -. E’ tornata a casa con i segni di un rapporto violento: i vestiti insanguinati, un ematoma alla coscia, le ginocchia escoriate”. Dietro le contraddizioni, la psicologa azzarda un problema di lingua: “Le ragazze parlavano in un pessimo inglese tra loro. Ma nei messaggi che la 19enne manda agli amici in Russia si capisce perfettamente che racconta la violenza vissuta”.

Era quella la prova regina della procura: la consulenza informatica sui computer delle ragazze e i loro racconti di quella terribile notte agli amici. Non è bastata per arrestare i cinque: il pm Fabrizio Tucci ha chiesto per due volte il carcere, incontrando il secco rifiuto dei giudici. Dopo due anni a piede libero, per i cinque ventenni inizia il processo. Ieri hanno chiesto l’abbreviato, mentre le ragazze si sono costituite parte civile. La sentenza il 23 aprile.


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6 febbraio, 2014

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