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Civita Castellana - Tra due giorni, l'infermiere davanti alla corte d'appello - In primo grado fu condannato a cinque anni e quattro mesi

Paziente violentata sul lettino, al via il processo bis

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Giovanni Piergentili

Giovanni Piergentili, l’infermiere condannato per violenza sessuale su una paziente dell’Andosilla

Piergentili il giorno dell'arresto; accanto a lui il capo della mobile Fabio Zampaglione

Piergentili il giorno dell’arresto; accanto a lui il capo della mobile Fabio Zampaglione

L'avvocato Roberto Zannotti

L’avvocato di Piergentili, Roberto Zannotti

L'avvocato Paolo Delle Monache

L’avvocato di parte civile Paolo Delle Monache

Civita Castellana – Fu condannato a cinque anni e quattro mesi per aver violentato una paziente dell’ospedale. Tra due giorni, la Corte d’appello di Roma si pronuncerà su quella sentenza e sul destino di Giovanni Piergentili, sessant’anni, ex infermiere a Civita Castellana originario di Sant’Oreste (Roma).

Il 5 marzo i suoi avvocati Roberto Zannotti e Maurizio Barca cercheranno di sovvertire il primo verdetto del gup di Viterbo Franca Marinelli, che assolveva l’ex caposala dell’ospedale civitonico dai reati di peculato e detenzione di materiale pedopornografico, infliggendogli una pesante condanna per violenza sessuale.

L’8 febbraio 2011 una paziente dell’Andosilla si reca in questura disperata e arrabbiata. Agli agenti racconta di essere stata palpeggiata su un lettino mentre era ancora sotto sedativi. La giovane donna era reduce da gastroscopia e colonscopia quando l’infermiere le si sarebbe avvicinato per allungare le mani.

Un mese dopo scatta l’arresto: Piergentili viene portato via in manette dalla questura di viale Romiti. L’arresto è eseguito dalla squadra mobile di Fabio Zampaglione, su richiesta del pm Renzo Petroselli.

Al processo, l’infermiere sceglie l’abbreviato. I suoi legali sostengono da sempre la tesi dell’impossibile presenza simultanea di Piergentili in due posti diversi. Già all’interrogatorio dopo l’arresto, l’ex caposala dell’ospedale di Civita disse di avere un alibi. “Alla stessa ora in cui la donna sostiene di essere stata violentata, il mio cliente era in un altro ambulatorio dell’ospedale. Da tutt’altra parte rispetto alla saletta dove si trovava quella paziente”, ripete da sempre l’avvocato Zannotti. 

Al processo d’appello, i difensori cercheranno di dimostrare la loro tesi, cronometro alla mano. Ma su Piergentili pesano anche le altre denunce sporte a suo carico. Una è sicuramente prescritta, perché la presunta violenza risalirebbe agli anni Novanta. Per l’altra, non ci sarebbe stata alcuna costituzione di parte civile. Ma le modalità sarebbero identiche. Sempre palpeggiamenti all’ospedale dopo interventi chirurgici. Una delle donne che denunciarono Piergentili, tra l’altro, era anche lei infermiera all’Andosilla.

Il processo bis, già fissato a fine 2013, slittò per impegni dei giudici. Mercoledì, salvo imprevisti, il dibattimento dovrebbe concludersi in un’unica soluzione: requisitoria del procuratore generale, arringhe della parte civile, con gli avvocati Alfredo Perugi e Paolo Delle Monache, e infine la discussione dei difensori. Poi camera di consiglio e sentenza. 


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3 marzo, 2014

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