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Il centro storico? Una lercia borgata…

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Alfredo Cattabiani [4]

Alfredo Cattabiani

Viterbo – Il 18 maggio del 2003 moriva Alfredo Cattabiani [5]. Crediamo sia utile per i lettori ripubblicare la lettera di addio di Cattabiani alla città di Viterbo. Cattabiani fa un ritratto impietoso della città. La lettera era stata suscitata da una precedente lettera aperta del direttore di Tusciaweb Carlo Galeotti. L’unico che si prese la briga di salutare pubblicamente Cattabiani che se ne andava via dalla città dei papi. Va sottolineato che Cattabiani se ne andava non solo amareggiato ma malato di un tumore che lo avrebbe portato alla morte. La lettera di Cattabiani è del settembre 2001 ma purtroppo è ancora del tutto attuale. Come dire: nulla è cambiato. Come dice lo stesso Cattabiani è fondamentale ripartire da questo ritratto per sperare in un cambiamento che tarda ad avere una qualche concretezza.

L’analisi di Cattabiani può essere un motivo di più per aprire un dibattito serio sul centro storico e il suo futuro.


La lettera di Cattabiani

Ho apprezzato la lettera aperta al sindaco di Carlo Galeotti a proposito della mia partenza definitiva da Viterbo per la solare Santa Marinella. Non posso non condividerla pienamente; ma vorrei sottolineare, a scanso di equivoci, che il mio trasferimento dopo dieci anni, è dovuto non tanto alla mia mancata “utilizzazione”, problema che riguarda le istituzioni e l’università, incapaci di intraprendere una vera politica culturale a tutto tondo; quanto alla ormai irrefrenabile insofferenza nei confronti del degrado del centro storico dove avevo deciso incautamente di abitare, convinto che in pochi anni, grazie anche all’apporto di forestieri come me, sarebbe rifiorito.

Ora è al lumicino: i selciati sono talmente sconnessi da distruggere i tacchi delle signore; vi sono vie, come quella dove abitavo, che si trasformano in torrenti in piena al primo acquazzone per mancanza di tombini. Moltissime facciate (tranne quelle restaurate dai soliti forestieri illusi…) sono degne di una lercia borgata romana con fili penzolanti o che scorrono disordinatamente a diversi livelli, con facciate scrostate e bucherellate dall’incuria degli abitanti e dall’assenza di qualunque controllo. Non si contano le case transennate tra San Pellegrino e porta del Carmine e le vie chiuse per evitare possibili crolli. Una voragine, provocata da qualche furbo ma incauto scavatore di cantine, blocca da più di un anno via del Paradosso e il parcheggio del largo del Paradosso. Lo squarcio delle mura castellane continua a mostrare il suo desolante vuoto mentre a Tuscania, due anni fa, le mura crollate furono ricostruite in tre mesi.

I vigili urbani, che dovrebbero far rispettare i divieti di transito per i non residenti, si vedono raramente e quasi sempre in automobile, a due a due, chiacchierando amabilmente; sicché le automobili penetrano nel centro storico indisturbate per non parlare dei motorini che provocano un grave inquinamento e rumori insopportabili d’estate. Quanto ai posti per le automobili dei residenti, sono insufficienti. Né si dimentichi la umidità provocata dalle condutture fognarie che risalgono al medioevo; sicché d’inverno prolifera la muffa ai piedi delle case.

A questo panorama desolante si aggiunga l’atteggiamento indifferente della maggior parte della popolazione nei confronti dei forestieri, tant’è vero che pochi sono i bar con terrazze e spesso sono chiusi proprio di domenica. Quanto poi ai forestieri che vi risiedono, sono visti come pericolosi concorrenti, capaci di occupare qualche posto ambito nell’amministrazione o di turbare il pigro trantran commerciale di una città che è cresciuta nel secolo scorso grazie al fascismo che l’ha promossa a capoluogo di provincia, l’ha dotata di una scuola militare, e poi ai democristiani andreottiani che le hanno regalato un’altra scuola militare e una università: una città dove non esiste una vera classe di imprenditori, se non pochi nell’agricoltura, e che vivacchia dolcemente in un sopore inquietante.

A proposito di forestieri che potrebbero, se bene inseriti, contribuire a capovolgere questa situazione, sapete qual è la frase tipica dei viterbesi, a qualunque livello, a chi si permette anche critiche costruttive? “Come si permette? Lei è solo un ospite”. A Santa Marinella sono stato accolto il primo giorno da “Ora che è nostro concittadino…”.

A ciò si aggiunga la mancanza di ospitalità e di convivialità se non all’interno dei propri clan; e soprattutto un senso di frustrazione della città per non essere diventata la capitale della cristianità; sentimento che ha creato frustrazioni così nevrotiche da scatenare a tratti deliri di grandezza e onnipotenza, come l’idea recente di un aeroporto, mentre ci si dimentica ad esempio di collegare la città a Civitavecchia con la ferrovia e la superstrada, e di completare la superstrada per Roma e di avere collegamenti ferroviari più rapidi. Si pensi che da Santa Marinella a San Pietro (60km) s’impiegano in treno 39 minuti, da Viterbo (82 km) circa 1 ora e quaranta.

Per questi motivi e anche per la sensazione di sentirmi un intruso (un ospite!), ho deciso di trasferirmi con mia moglie, Marina Cepeda Fuentes. Me ne dispiace perché ho molto amato il vostro territorio, come testimoniano i miei libri, compreso il prossimo, “Zoario” (Mondadori) in uscita a settembre, dove ben sei racconti sono dedicati a Viterbo e alla Tuscia; e ho avuto anche incontri straordinari con amici come Luzi, Fornicoli, Scipioni, Onofri e Perugi la cui amicizia mi onora.

Ma quando un amore muore è meglio la separazione. Spero soltanto che queste considerazioni, insieme con quelle di Galeotti, possano far riflettere sia le istituzioni che la popolazione in un esame si coscienza collettiva affinché ci si risvegli da quel torpore il quale fece scrivere paradossalmente a Brancati che Viterbo assomigliava “a un cadavere al quale puzzavano ancora i piedi”. Ma dubito che sappia resuscitarlo una classe politica, sia di destra sia di sinistra, che bada soltanto ai piccoli giochi di potere e sistema all’assessorato alla cultura compagnucci di partito, uomini impreparati perché si sono occupati sempre di altro: medici, commercialisti, maestri di ginnastica.

Alfredo Cattabiani


La lettera aperta di Carlo Galeotti

Il 10 agosto, nel silenzio più completo, Alfredo Cattabiani e la moglie Marina Cepeda Fuentes hanno lasciato Viterbo per traslocare in un paesino laziale. Il tutto, come dicevo, è avvenuto senza che nessuno se ne sia accorto o quasi. Qualche amico ha dato una mano per il trasloco delle decine di migliaia di libri e niente più. Cattabiani, ma il discorso ovviamente vale alla stessa maniera per la Fuentes, è un intellettuale che non esito a definire di primo livello. Non basta, Cattabiani è un intellettuale di quella rarissima razza che non solo fa cultura in prima persona con i suoi libri, basti ricordare Volario edito da Mondadori, ma è stato ed è un costruttore di cultura. E’ stato infatti direttore editoriale di varie case editrici, fra cui Borla e Rusconi. Portando in porto operazioni culturale di grande interesse. E’ stato ed è collaboratore di importanti testate giornalistiche nazionali, dal Giornale all’Avvenire. Ha ideato e condotto per la Rai programmi radiofonici. Insomma, un intellettuale a tutto tondo.

Ebbene, Cattabiani se ne va, cosa che per altro aveva detto a non poche persone con grande anticipo, e nessuno, sottolineo nessuno, dice o fa nulla. Cattabiani se ne va e il sindaco di Viterbo e l’assessore alla cultura non si prendono la briga di alzarsi dalle loro poltrone ed andarci a parlare per capire perché se ne voglia andare. Se ci fosse stato un modo per trattenerlo in città. Se ci fosse stata una maniera per fare in modo che la città non perdesse questa importante risorsa culturale.

Una risorsa culturale in tutti i sensi. Perché si poteva chiedere, magari in tempi non sospetti, a Cattabiani di dare vita a iniziative culturali di livello nella nostra città. Se non ricordo male, proprio Cattabiani, per fare un esempio, fece arrivare a Bolsena per un premio letterario il poeta in odore di Nobel, Mario Luzi.

Ma non basta, Cattabiani aveva deciso di vivere a San Pellegrino. E anche per il recupero sociale e culturale del quartiere medievale, Cattabiani poteva essere una risorsa. Anche attraverso di lui si poteva creare un ponte con gli intellettuali che vivono a Roma e fare di San Pellegrino una cittadella della cultura. Ma per far questo ci vuole un minimo di fiuto e lungimiranza intellettuale. Cosa che le varie amministrazioni viterbesi non sembrano avere e aver avuto.

Ci si è tanto lamentanti della riduzione del settembre viterbese a una sagra paesana e ci si lascia sfuggire un Cattabiani senza batter ciglio. E poi si ciancia di Viterbo come città di arte e cultura.

Confesso, e chiedo per questo scusa ad Alfredo Cattabiani, di aver usato quella che mi è sembrata una amareggiata “fuga”, per sottolineare un dato costante della non-politica culturale a Viterbo: tutte le risorse locali o esistenti in loco, che son poche e pur ci sono, non vengono usate.

In città vivono intellettuali di livello, ma nessuna amministrazione, mi sembra, si periti di avere un rapporto strutturale con loro. Esiste una casa editrice come Stampa alternativa e tutti fanno finta di non sapere.

Che dire poi del rapporto con l’università. Insegnano nella nostra città personalità come Gino Roncaglia, uno dei massimi esperti di Internet in Italia. Qualcuno se ne è accorto? Faccio riferimento, come è naturale, a persone e situazioni che conosco meglio per amicizia, per consuetudine. Ma il breve elenco potrebbe continuare.

Tornando a Cattabiani, spero si sia capito, che questa mia lettera non è una perorazione in suo favore. Non ne ha bisogno e non avrebbe alcun senso. E’ solo il rammarico per l’ennesima occasione perduta per Viterbo. Sì, Cattabiani è stata una occasione perduta per la miopia di chi amministra questa città. Peccato!

Ad Alfredo Cattabiani, un saluto, nella speranza che, nonostante tutto, abbia un buon ricordo di questa splendida città. Un saluto, nella consapevolezza che questa città è oggi culturalmente un po’ più povera e isolata.

Al sindaco, l’invito a non perseverare nell’errore come hanno fatto i suoi predecessori.

Buon lavoro

Carlo Galeotti


 


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