--
    Condividi: Queste icone linkano i siti di social bookmarking sui quali i lettori possono condividere e trovare nuove pagine web.
    • Facebook
    • Twitter
    • LinkedIn
    • Google Bookmarks
    • Webnews
    • Wikio IT
    • YahooMyWeb
    • MySpace
    • Y!GG
  • Stampa Articolo
  • Email This Post

Piattaforma Altolazio 2.0 - Interviene Daniele Camilli

Idee per smettere d’essere l’anticamera del meridione

Bassano-Presepe-19-560x60

Condividi la notizia:

Daniele Camilli

Daniele Camilli 

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo  – “Gli squilibri tra le aree del Paese si sono acuiti nell’ultimo biennio e non ci sono prospettive di riequilibrio per il 2014-2015, mentre l’effetto leva dei fondi europei si farà vedere solo con il tempo, e a patto che la capacità e la qualità della spesa faccia un vero progresso”. Francesco Di Frischia, Sole 24 Ore. Un articolo da cui prendere spunto per l’idea promossa dal direttore di Tusciaweb, Carlo Galeotti. Un buon punto di partenza per imparare a temere fin d’ora ciò che non conosciamo e al più presto conoscere ciò che oggi dovremmo invece temere.

Francesco Di Frischia prende le mosse dal Rapporto Svimez 2014. Desertificazione industriale e occupazionale al Sud. Italia divisa in due. Provincia di Viterbo nel mezzo, a segnarne il confine. Tuscia “no man’s land”. Non più la “porta verso l’antico” – com’era un tempo, ormai dimenticato – ma anticamera del “meridione”.

A sottolinearne le dinamiche economico-sociali che l’hanno caratterizzata nel corso degli ultimi decenni provocando l’inizio di una vera e propria trasformazione antropologica che sarà evidente a breve, tra qualche anno. E ben vengano “intellettuali rovesciati” e “narratori di comunità” come Antonello Ricci o “santi editori” alla Davide Ghaleb che stanno almeno conservando ciò che è stato e siamo stati. Un lavoro prezioso, “a mostrar ciò che ‘n scritto dir si pote” e di cui ancora non ci rendiamo conto.

Perché ciò che produce il bene generale all’inizio ha sempre terribile sorte. Hic Rhodus hic salta. A costo della vita.


Viterbo.

Confini, questa la parola chiave per comprendere l’isolamento di un territorio avvenuto anche con la complicità delle grandi opere infrastrutturali realizzate nel corso degli ultimi decenni. Una provincia con un capoluogo che in meno di vent’anni ha subito, impassibile, un’incomprensibile espansione edilizia che ha spaccato la città in due senza alcuna continuità urbanistica. L’ennesimo confine. Da una parte il centro storico – cittadella fortificata e quasi spopolata – dall’altra una periferia abbandonata a se stessa, di cui poco sappiamo. Più niente che poco. Un enigma che può diventare menzogna. A partire dall’utilizzo dei Fondi Plus. Staremo a vedere. Sarà vera valorizzazione o pura e semplice – l’ennesima – speculazione?

Una città che ha fatto della rendita fondiaria il solo risparmio e del pubblico impiego l’investimento per eccellenza. Fino a tempi recenti e non sospetti. Figli mandati a studiare giurisprudenza a Siena e Perugia (lontano dalle metropoli, non si sa mai) per prendere il posto dei padri in banche e istituzioni. Non per fare gli avvocati che, al Foro di Viterbo, resteranno un paio di centinaia per tanti anni a venire per poi balzare – quando il modello appena citato era chiaro fosse fallito – dai 200 ai 600 d’oggi.

In un batter d’occhio e senza colpo ferire. Figlie mandate a studiare lettere sempre a Siena e Perugia (lontano dalle metropoli, non si sa mai) per prendere il posto delle madri, questa volta nelle scuole. Le più brave nei licei, col Buratti al primo posto, le cadette al magistrale. Tertium non datur e istituti tecnici abbandonati a se stessi, considerati alla stregua di “riformatori” dove imprigionare le prospettive di migliaia di giovani “paesani” destinati a diventare precari. Un modello finito, scoppiato tra mani inesperte come un petardo a capodanno.

Infine, una borghesia cittadina che – così tanto per dire – ha fatto della fosca profezia del punk la sua unica via d’uscita dal Novecento: No future for me. “Nessun futuro” per noi. Perché siamo stati appunto noi a pagarne le conseguenze. Sbattuti, con tanto di laurea e con lode, tra supermercati di periferia che aprono e chiudono, sottopagati e sfruttati, preda di cantieri che a volte stanno su con lo sputo. “Ci volevate precari. C’avete avuto pecioni”, verrebbe voglia di dire. Invece qualcuno c’ha rimesso la pelle e nessuno lo riporterà indietro.

Per chi avuto invece il coraggio di restare, ad aspettarlo c’è stata la desertificazione delle vie del commercio cittadino, probabilmente l’anima più profonda, leale e vera di una Viterbo alla ricerca di scenari improbabili senza la capacità di dettare una propria linea di sviluppo. Un capoluogo di provincia che è passato dalle case basse del Carmine ai “casermoni” isolati di Santa Barbara e Villanova.

Abbandonando a se stesso il Poggino, dimenticandosi poi di un quartiere straordinario come Pianoscarano che per natura e tessuto antropologico è assimilabile alla Trastevere precedente alle “deportazioni” degli anni ’60 per lasciare spazio all’aristocrazia romana freak chic che ha fatto dell’odor di popolo il valore aggiunto di affitti che solo in pochissimi possono permettersi.

Mentre il “popolo” s’è ritrovato in mano il “Chilometro”, Laurentino 38, Casalotti, agro romano divorato dal cemento… e bonanotte al secchio! Prima, da via Garbini a Viterbo quasi si poteva vedere Montefiascone. E alle spalle avevi Porta Fiorentina e le mura medievali. Oggi, da Via Garbini a Viterbo a mala pena, e solo se lo sai, ti rendi conto che qualche chilometro più in là la città finisce. Tanto il cemento colato e altrettanti i palazzi venuti su dal nulla. Con alle spalle non più l’entrata a nord della città dei Papi, ma un groviglio di strade che non ci si capisce più niente e che per forza t’hanno dovuto portare verso i grandi centri commerciali di una periferia senza nemmeno una spruzzatina di verde o l’ombra di un servizio come Cristo comanda. Ma Cristo a Viterbo ha comandato così!


Confine sud.

Confini. A sud la Cassia bis, proprio tra le due provincie di Roma e Viterbo. Un “sud rovesciato” perché a nord dell’area metropolitana capitolina e per la stessa terreno di conquista. Secoli fa lo fu per i consoli romani di fronte alla selva Cimina. Oggi per l’espansione edilizia. Arrestata verso i Castelli romani, dilagata in direzione della nostra provincia. La Capitale d’Italia e la Cassia Bis con il Centro Lidia a far da dogana. Oltre il distributore in faccia al lago di Monterosi, Noi: Eboli o Hic Sunt Leones che dir si voglia.

C’è poi la linea ferroviaria Viterbo Porta Fiorentina-Roma Ostiense. Questa volta verso sud. Fino a Bracciano il solito pantano, dove quotidianamente affondano pendolari e lavoratori con gli occhi gonfi dal sonno, tartassati dall’aria condizionata, accatastati l’uno sopra l’altro. Tre ore minimo per raggiungere il posto di lavoro e altrettante per tornarsene a casa. Otto ore a lavorare più sei di viaggio. Quattordici in tutto. Come nelle fabbriche dell’Ottocento, all’inizio della rivoluzione industriale.

Il raddoppio della linea ferroviaria s’è fermato a Cesano, svelando l’inganno che nella seconda metà degli anni ’90 c’ha lasciato pure a piedi, con gli autobus a scaricarci a Monte Mario…perché il restyling della Viterbo-Ostiense c’avrebbe migliorato la vita. Alla fine è stata solo un’altra linea metropolitana ad uso e consumo della Capitale. Per noi, nulla è cambiato. E adesso anche Orte – dove chi ha potuto è confluito – scricchiola di brutto.


Confine ovest.

Ad Ovest, un mare cui non abbiamo mai dato peso se non per spennare al sole di luglio le famiglie operaie anni ’80. A 900mila lire per mezzo mese all’anno, quando al mese gli operai di allora guadagnavano poco più di 7-800mila lire, busta paga alla mano. Ma il lido era solo “un inganno” diventato speculazione, derivante da una moda – quella del boom economico – servita solo ad attenuare la conflittualità sociale e arrivata dalle nostre parti troppo tardi, quando il conflitto era stato ripreso e successivamente, definitivamente abbandonato. Chi aveva qualche soldo per le saccocce s’è rifugiato a Pescia Romana, i più ricchi a Capalbio…“prosecuzione della politica con altri mezzi”.


Confine est.

Ad Est, da un lato le “montagne” e una rete stradale che per arrivare a Rieti ti fa passare per Terni. Dall’altro l’autostrada A1 che, senza Trasversale, ci ha tagliato fuori dalla sponda adriatica e da un pezzo di Paese dove trent’anni fa l’economia italiana riprese a respirare.


Confine nord.

Infine a Nord, Maremma e mezzadria. Confine naturale tra Lazio e Toscana, definito dalla riforma agraria dell’Ente Maremma e innervato sul piano antropologico da una comunità sarda figlia di un’emigrazione durissima e complessa che ha però contribuito a dare un’identità compiuta a una terra che ancora non l’aveva, intrecciandosi splendidamente con le culture subalterne locali. Un meraviglioso “non luogo” chiuso tra Pitigliano e la cintura militare che segna l’altro confine della città di Viterbo, proprio a ridosso della Maremma, direzione Tuscania. Una specie di Linea Maginot che per cinquant’anni ha scavato una specie di trincea tra l’ex “Regno del Sud” e le regioni rosse a Nord. A difesa del primo, in contrapposizione alle seconde.

Confini. Tali per decenni, oggi non più. Passaggio fondamentale per conoscere, come dicevamo all’inizio, ciò che dovremmo temere.


Espansione area metropolitana di Roma.

A sud, la rapida espansione dell’area metropolitana romana. Basta farsi una passeggiata in Cotral da Saxa Rubra a Viterbo per rendersene conto. Centri residenziali spuntati come funghi laddove un tempo c’era solo campagna. Centri che non solo hanno cambiato la natura del paesaggio, ma stanno portando l’area metropolitana, e tutte le sue contraddizioni economiche e sociali, nel cuore della Tuscia sradicandone l’identità e facendo della nostra provincia non un quartiere culturale ma un’immensa borgata romana.

Monterosi e Bassano Romano ne sono state travolte. Sutri e Capranica sono a un punto di non ritorno. Cura di Vetralla somiglia sempre più a Labaro e Tomba di Nerone piuttosto che a un piccolo borgo contadino e impiegatizio com’era fino a poco tempo fa.

Con una classe imprenditoriale e politica locale incapaci di leggere la benché minima trasformazione e che a breve dovranno gestire cassa integrazione e licenziamenti in un tessuto sociale dove i contratti a tempo indeterminato sono stati spesso distribuiti per “capi famiglia”, con mogli a casa a far da casalinghe e figli “pittori”, manovali, precari e studenti spediti “altrove” per ritornarsene poi in lochi natii dove anche la fame e la povertà d’una volta sono tornate a fare capolino. Stesso discorso per il Polo della Ceramica a Civita Castellana. Ma in tal caso la classe politica del posto è stata intelligente, non a caso figlia dell’ex PCI. Politici col senso e l’importanza delle regole scritti a chiare lettere nel proprio DNA.

E la regola principale è stata quella di organizzarsi e precorrere i tempi, coscienti che quando una realtà è data per morta, allora è morta per sempre e conviene guardare da un’altra parte, rispettando infine la seconda regola di chi è cresciuto nel PCI e ne ha imparato la lezione: essere responsabili anche quando si pensa di non esserlo. L’amministrazione civitonica – accompagnata in questo da imprenditori che sanno bene cosa sia il mercato – sta guardando da un’altra parte. Nello specifico, alla Capitale.

Vogliono essere con Roma, e non gli si può dare torto fino in fondo. Una volta risolto il problema dello smantellamento progressivo dell’area industriale e messo mano allo snodo della ferrovia per portarsi appresso tutti i Cimini, ecco che la strada sarà definitivamente spianata. Una città come Civita Castellana che è già Roma, in tutto e per tutto, conservando però il ricordo di ciò che sono stati guerra, fabbrica e 15 luglio del ‘48, così come la fatica e i sacrifici che sono costati.


Agricoltura d’attesa.

C’è poi tutta la zona a nord della provincia che con parchi eolici e fotovoltaico – ed ora con l’ipotesi del geotermico – preme sul Lago di Bolsena e altri punti nevralgici del turismo e delle campagne viterbesi, senza aver dato quella spinta economico-occupazionale che all’inizio quasi tutti sembrano auspicare. Se la vera risorsa di questa zona è l’agricoltura – e lo è, assieme al patrimonio naturalistico e archeologico – allora è bene sapere che (sono i dati dell’ultimo censimento) tra il 2000 e il 2010 le aziende agricole della Tuscia hanno subito una contrazione del 48% passando da 36mila a 20mila.

Più contenuta, ciononostante allarmante, quella di Superficie Agricola Utilizzata (SAU) e Superficie Agricola Totale (SAT) passate rispettivamente da 209mila ettari a 193mila (-7%) e da 274mila a 240mila (-12%).

Un’agricoltura che rischia di diventare “d’attesa”. Scomparsa l’azienda si smette di coltivare il terreno e magari qualcuno se lo compra a prezzi superiori a quelli di mercato in “attesa” che quegli ettari diventino magari edificabili o disponibili per altri impieghi industriali. Meglio di niente, ma meglio? Mecojoni!


La trasversale.

Infine la Trasversale, l’antica promessa fatta alle multinazionali ternane quando queste vennero sbattute a Terni, a partire dalle acciaierie, perché i cantieri navali sulla costa tirrenica sarebbero stati un facile bersaglio per le navi da guerra inglesi che all’epoca – dal post napoleonico alla seconda guerra mondiale – dominavano incontrastate tutto il Mediterraneo. La Trasversale: non Orte-Civitavecchia, ma Terni-Civitavecchia.

Una “superstrada” che unirà il polo industriale al mare, le coste da Est a Ovest e le multinazionali alla Tirrenica, su su fino in Liguria e Francia. Una strada che aggancerà in modo irreversibile la Capitale alla Tuscia, tagliando quest’ultima in due e creando di nuovo confini che segneranno quantomeno l’espansione dell’area metropolitana romana.

La Trasversale porterà turisti? Speriamo. Quel che tuttavia sembra quasi certo è che da sud arriverà, con spinta ulteriore e più forte di prima, l’economia capitolina, e da Nord-Est quella delle multinazionali ternane. Con Viterbo e provincia nel bel mezzo di qualcosa di cui ancora non immaginiamo le conseguenze. Conseguenze che, se non saranno programmate e governate adeguatamente, si mostreranno per quello che sono: devastanti. Una vera e propria “mutazione genetica” dal futuro incerto che, tanto per consolarci, ci farà dire quel che Shakespeare fa affermare ad Edgar in Re Lear: “Non siamo al peggio finché possiamo dire ‘questo è il peggio'”. Ma a quel punto, il peggio, lo avremo già toccato.


Conclusioni.

“Cioè che è reale è razionale, ciò che è razionale è reale”. La piattaforma 2.0 ideale. E Carlo Galeotti ci riuscirà, perché se ne sente il bisogno. Con la speranza che la classe imprenditoriale viterbese se ne prenda cura e responsabilità. L’esempio di Tusciaweb ne è la prima delle garanzie e delle qualità. Ma l’invito, affinché il razionale sia veramente reale, è rivolto anche a proporre idee che, sulla scia stessa della proposta e in futuro della piattaforma, dipanino fino in fondo quelle contraddizioni che rischiano di travolgere la nostra provincia. Una ragione in più per provare che la “verità” è l’unico vero bene di cui la Tuscia può ancora giovarsi.

Oggi, prima che – per chiudere con Machiavelli – “il popolo non abbi fede in alcuno, come qualche volta occorre, sendo stato ingannato per lo addietro o dalle cose o dalli uomini”… venendo di necessità “alla rovina”.

Daniele Camilli


Condividi la notizia:
9 agosto, 2014

    • Articoli recenti

                               Copyright Tusciaweb srl - 01100 Viterbo - P.I. 01994200564Informativa GDPR