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Tarquinia - In attesa della nuova passeggiata/racconto promossa dall’Università Agraria e dal Comune di Tarquinia Antonello Ricci ripropone alcuni gustosi brani di Alberto Savinio

Gli Etruschi? I nostri padri romantici

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Tarquinia

Tarquinia 

Antonello Ricci

Antonello Ricci 

Il presidente Alessandro Antonelli

Il presidente dell’università agraria di Tarquinia Alessandro Antonelli 

Tarquinia – Dopo il bel successo di pubblico e consensi riscosso da Il cappotto di Cardarelli, Università Agraria e Comune di Tarquinia ci riprovano: tocca stavolta a Corneto alias Tarquinia: o vero sia il romanzo degli Etruschi, nuova inedita passeggiata/racconto ideata e condotta da Antonello Ricci.

L’iniziativa si snoderà anche questa volta per vie e piazze della città maremmana, dal palazzo Vitelleschi a quello Vipereschi, dalla sala del Consiglio comunale con gli affreschi di Sebastian Matta al belvedere “cardarelliano” affacciato sulla Marta e sulla Civita, attraverso i luoghi toccati dai grandi viaggiatori dell’immaginario che a Corneto-Tarquinia si trovarono a far tappa per poi scriverne: da Stendhal al Dennis, da Lawrence a Savinio e altri.

Il presidente dell’Università Agraria Alessandro Antonelli e l’assessore comunale alla cultura Angelo Centini porgeranno il loro saluto alla partenza, fissata per sabato 30 agosto a Tarquinia con appuntamento alle 21 presso la Barriera San Giusto.

Letture di Pietro Benedetti accompagnate dalle suggestive percussioni di Roberto Pecci. “Pillole” storico-culturali a cura di Luciano Marziano.

Partecipazione libera.

Per l’inverno e la primavera prossimi, l’Università Agraria di Tarquinia, il Comune e Antonello Ricci annunciano fin d’ora una nuova serie di iniziative dedicate a una pubblica riflessione popolare su identità locale e tradizioni, comunità e derive storico-sociali del presente cornetano-tarquiniese.


“Finora abbiamo seguito la grande via lustra e sicura, misurata di tratto in tratto dalle pietre miliari e segnata lungo i fianchi di piccoli dadi bianchi, diretta verso città grandi e felici come Genova e Torino, dorata dal fascino dell’Occidente e sulla quale continuamente si incontrano, o si superano, o si è superati da altre automobili che vengono da ogni parte d’Italia e del mondo. Anche l’oceano si può traversare, ma nella rotta tracciata dalle linee di navigazione, e nella quale di notte s’incontrano i transatlantici illuminati come teatri. Ma all’altezza del chilometro 41, noi usciamo dalla rotta dei transatlantici e delle automobili che sul tetto portano l’antenna della radio, e ci buttiamo nei mari deserti e verso le isole sconosciute”.

“Sulla soglia di questa necropoli che sono venuto col fermo proposito di visitare, e per la quale ho sostenuto l’ònere di un viaggio lungo e faticoso, le forze mi vengono meno e la mia volontà recede. Eguale ripugnanza non ricordo se non dagli anni foschi dell’infanzia, un giorno che assieme con mio padre, e dopo un lungo cavalcare sotto il sole in un desertico paese d’oriente, scendemmo in una cisterna sotterranea, dietro la guida di una specie di palicàro in fustanella, che ci precedeva con una torcia di resina. Alla vista, l’acqua di quella cisterna, priva così di faccia come di fondo, non ci si rivelava se non per i riflessi guizzanti della torcia, ma il suo lezzo di cadavere liquido m’ubriacava e mi faceva traballare sui gradini viscidi; finché un tonfo molle, forse il tuffo d’un angue, sciolse ogni mia resistenza e caddi tra le braccia del palicàro, odorose di cacio caprino”.

In un settembre sul finire degli anni Trenta, Alberto Savinio è a Cerveteri e Tarquinia. Un viaggio nel paesaggio diventa, per lui, soprattutto avventura nel tempo, inquieta perlustrazione nei pressi della morte.

Anche gli Etruschi di Savinio sono un’infanzia fuori dalla storia. Una preistoria, o un’epoca dell’oro, dell’individuo e della specie. Mentre s’affaccia sullo squarcio buio di quelle tombe, infatti, è dal ricordo d’un episodio di tanti anni prima che affiora qualcosa d’inatteso, simile a una memoria amniotica, ancestrale.

Savinio conosce bene le pagine etrusche di Cardarelli e Lawrence e le cita nel suo modo malizioso (e come non pensare, qui, al Cardarelli saturnino-esilarante di Meneghello? Era sotto il fragoroso sole a picco di Tarquinia, infatti, che l’autore veneto, alle armi nella tarda estate del 1943, scopriva il vero paesaggio italiano: con «l’effetto di una mazzata… pareva un deserto»; e le tombe, scappate «dall’epidemia del sole», dissepolte dai picconi addetti a scavare trincee inutili; le donne, d’un «tipo fisico… etrusco spaccato», le loro gambe «grandi e tozze… ctoniche»).

La scrittura di Savinio, veloce e raffinata, accoglie lontani echi letterari e luoghi comuni. Per esempio, quello d’una stereotipata Etruria spiritualissima da contrapporre al materialismo romano e alla sua logica:

“Gli Etruschi sono i nostri padri romantici. L’accanimento che Roma pose a disperdere gli Etruschi, a distruggere la loro civiltà, ad ammutolire la loro lingua, le era ispirato dalla sua ingenita ripugnanza per ogni sorta di romanticismo. La lotta fra Romani ed Etruschi fu più che una guerra di religione: fu una guerra di anime. Roma prevalse, ma qualcosa della romantica anima etrusca è rimasto, come una nube leggera nel metallico cielo di Roma. È quella sottile vena romantica che corre attraverso la nostra poesia, e ora ispira a Virgilio la quarta egloga, ora detta a Petrarca il primo sonetto del canzoniere”.

Un’altra Etruria fantasticata, dunque, sub specie letteraria. Solo che mentre Cardarelli aveva coricato il suo etrusco a fior di terra, rivolto alla marina, per chiudersi nell’ecolalia dolente e autotelica d’una favola dello stile; mentre Lawrence presunse una maremma premoderna mai esistita, simbolica e sanguigna, atta a imporre un diverso Uomo e una Storia alternativa a quella occidentale (prendendosi forse, in ciò, troppo sul serio); Savinio invece, disincantato e senza ipocrisie, sogna un etrusco-scusa: sì, un etrusco categoriale, ma sfacciatamente dimesso e spiritoso, antieroico e familiare; una testa di turco che gli permetta di spiazzare sé stesso, il presente e la storia dell’arte e della letteratura. Un simpatico fantasma, insomma: di cui a sorpresa egli neutralizza ogni riverbero esotico con umoristiche accelerazioni dello stile. Attraverso trovate inattese e stranianti. Una geniale, elegantissima ironia percorre e accende ogni sua pagina, consegnandoci paesaggi spirituali che non dimenticheremo facilmente:

“La vecchia città restò deserta e allo stato di scheletro, come in autunno la carcassa della cicala sull’albero, e da Caere Vetus si chiamò Cerveteri. La morte, la morte, la morte. Alla dolce compagna che mi siede accanto nella “Topolino” scoperta, e si è tirata su la veste per far prendere sole alle sue magnifiche gambe, io mi guardo bene di confessare il misterioso terrore che d’un tratto tinge di nero il mio animo”.

“Nelle loro necropoli non c’è materiale portato ma tutto è edificato con materiale trovato sul posto. Anche questa è una forma di “autoctonismo”, che negli Etruschi era mania. Uomini e cose debbono morire nel luogo in cui sono nati… Per dare forma e decoro a questa loro mania, gli Etruschi immaginarono la favola di Tagete… il dio “nato dalle zolle”. Questo dio fu scoperto presso Tarquinia, dall’aratro di un contadino. Svelò agli Etruschi la scienza delle folgori, e subito morì. Per meglio dire ritornò sotto le zolle, come uno che tira la testa fuori delle lenzuola, dà alla cameriera le disposizioni per la giornata, poi torna a cacciarsi sotto. Per il resto dei suoi giorni, quel contadino restò paralitico e muto. Questo si guadagna a vedere un dio”.

“Nel reparto della pesca le barche portano a prua un bell’occhio bruno contro il malocchio, e il pescatore ritto a poppa maneggia un unico remo come il gondoliere. Salgono dal fondo del mare le meduse, si tuffano dall’alto gli omìni in forma di gamberetti, risolti gli uni e le altre con una semplificazione della forma che precorre la pittura di Paul Klee… Ma dove sono i pittori moderni?”

“La tomba degli Auguri è un’ardita anticipazione della garçonniére di Andrea Sperelli. Le stoffe dipinte sulle pareti e sul soffitto fanno “interno di bomboniera”. Il gemütlich è ottenuto mediante quattro colori stemprati nell’acqua. Le stesse porte non sono vere ma dipinte, e s’immaginano facilmente gli scherzi dello Sperelli etrusco alla sua Elena Muti: “Volete passare, madonna, nel cubicolo attiguo?”. E la “madonna” ingannata dalla porta dipinta a trompe-l’œil, va a sbattere il naso sul muro”.

“Accanto al gruppo di Agamennone e Tiresia, è dipinto un albero con tanti omìni rossi che corrono su e giù per i rami… La vena surrealista esiste da che mondo è mondo, e c’era dunque anche al tempo dei pittori etruschi. Perché tanta ostilità al surrealismo d’oggi, e tanta benevola accettazione del surrealismo del III secolo a.C.? Poche sere fa il film Luce ci mostrò alcune sale del nuovo museo di Bagdad, e mentre la voce del conferenziere vantava il “potente realismo” della statuaria assirobabilonese, sfilavano sullo schermo alcuni magnifici leoni alati, con teste umane e barbe da China Migone. È veramente convinto lo speaker del film Luce, di quello che egli asserisce con tanta forza?”

Antonello Ricci


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30 agosto, 2014

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