--
    Condividi: Queste icone linkano i siti di social bookmarking sui quali i lettori possono condividere e trovare nuove pagine web.
    • Facebook
    • Twitter
    • LinkedIn
    • Google Bookmarks
    • Webnews
    • Wikio IT
    • YahooMyWeb
    • MySpace
    • Y!GG
  • Stampa Articolo
  • Email This Post

2015 anno degli Etruschi - I pirati della bellezza - Alla scoperta dei tesori del museo nazionale

I misteri degli etruschi e l’elegante bellezza della Rocca Albornoz

di Antonello Ricci
Condividi la notizia:

Viterbo vista dalla rocca degli Albornoz - Piazza della Rocca

Viterbo vista dalla rocca degli Albornoz – Piazza della Rocca

Viterbo vista dalla rocca degli Albornoz - La macchina di Santa Rosa e il santuario

Viterbo vista dalla rocca degli Albornoz – La macchina di Santa Rosa e il santuario

Il Museo nazionale Etrusco alla rocca degli Albornoz - La biga di Castro

Il Museo nazionale Etrusco alla rocca degli Albornoz – La biga di Castro 

Il Museo nazionale Etrusco alla rocca degli Albornoz - La biga di Castro

Il Museo nazionale Etrusco alla rocca degli Albornoz – La biga di Castro 

Il Museo nazionale Etrusco alla rocca degli Albornoz - Il santuario rupestre della dea Demetra

Il Museo nazionale Etrusco alla rocca degli Albornoz – Antonello Ricci visita il santuario rupestre della dea Demetra 

Il Museo nazionale Etrusco alla rocca degli Albornoz - La biga di Castro

Il Museo nazionale Etrusco alla rocca degli Albornoz – La biga di Castro 

Il Museo nazionale Etrusco alla rocca degli Albornoz - Un dado in argilla e alcune biglie

Il Museo nazionale Etrusco alla rocca degli Albornoz – Un dado in argilla e alcune biglie 

Il Museo nazionale Etrusco alla rocca degli Albornoz - La dea Demetra

Il Museo nazionale Etrusco alla rocca degli Albornoz – La dea Demetra 

Il Museo nazionale Etrusco alla rocca degli Albornoz

Il Museo nazionale Etrusco alla rocca degli Albornoz 

Le sfingi del Museo nazionale Etrusco alla rocca degli Albornoz

Le sfingi del Museo nazionale Etrusco alla rocca degli Albornoz 

Il Museo nazionale Etrusco alla rocca degli Albornoz - Uno scudo

Il Museo nazionale Etrusco alla rocca degli Albornoz – Uno scudo 

Il Museo nazionale Etrusco alla rocca degli Albornoz

Il Museo nazionale Etrusco alla rocca degli Albornoz 

Il Museo nazionale Etrusco alla rocca degli Albornoz

Il Museo nazionale Etrusco alla rocca degli Albornoz 

Viterbo –  “La forza mistica e sensuale di certe immagini. Quel loro magnetismo tellurico assoluto implacabile: arcaico ed elegante al tempo stesso. Ecco perché gli Etruschi furono (e sono ancora) un capitolo centrale quanto meraviglioso nel romanzo della grande cultura romantica europea”. Ecco perché è magica una visita allo splendido Museo nazionale Etrusco alla Rocca degli Albornoz. Un museo che troppi viterbesi non hanno mai visitato e che deve diventare uno dei luoghi dell’orgoglio cittadino e non solo. Un luogo pregno di tesori, dalle statue del teatro di Ferento, alla Biga di castro, dalla dea Demetra al dado di argilla. Un museo che forse noi viterbesi non ci meritiamo. Troppo bello, troppo intelligente, troppo ben allestito e curato. Insomma andatelo a vedere. Intanto godetevi la visita di Antonello Ricci alla rocca e le foto.

c.g.


– Pirati di bellezza. Eh sì.

Terrecotte e pitture. Rocce vulcaniche intagliate ad arte. Anche solo a volerci limitare: le lunghe (infinitamente lunghe) dita del doppio-flautista; la languida ma posseduta danza del citaredo che lo affianca nel sottosuolo di Tarquinia; il sorriso astratto-assoluto dell’Apollo di Veio; quello di sfinge degli sposi nel memorabile sarcofago di Cerveteri; o anche solo il calpestio – eternamente immobile, silenzioso – degli zoccoli dei due cavalli alati (sempre Tarquinia).

La forza mistica e sensuale di certe immagini. Quel loro magnetismo tellurico assoluto implacabile: arcaico ed elegante al tempo stesso.

Ecco perché gli Etruschi furono (e sono ancora) un capitolo centrale quanto meraviglioso nel romanzo della grande cultura romantica europea da Stendhal a Lawrence (ma rubrichiamo pure la dolente favola etrusca di Vincenzo Cardarelli, poeta nostro conterraneo).

L’Italia avanti il dominio dei Romani. Prima del trionfo della ragione dei vincitori (coloro che scrivono la storia), prima del trionfo di una modernizzazione razionale e scettica, prima di ogni imperialismo culturale e relativa omologazione dei consumi.

Il fascino del “prima”: un carisma ancestrale raffinato inestinguibile. Aruspici ed àuguri. Viscere e cieli. Fondazioni di città. Scelta dell’arco invece dell’architrave. Pitture erotiche. Rupi esoticamente intagliate. Una scrittura scavata dal cursus armonioso ma selvaggio e iniziatico. T maiuscole come porte spalancate sull’oltremondo. Lo so che sono per lo più sono miti.

Favole a uso e consumo del nostro presente inquieto. Perché l’archeologia è altra cosa. Mentre l’identità è qualcosa di sfondato che riesce definirsi solo dopo, retrospettivamente. Chi erano gli Etruschi? Da dove venivano? Il maremmano Luciano Bianciardi si divertiva a provocare il suo lettore: gli Etruschi? Ma erano quei pirati africani che rapirono sui monti dell’Uccellina la bella Marsiglia della leggenda omonima; erano i coloni veneti della bonifica fascista all’Alberese. E Grosseto? Ma Grosseto l’hanno fondata gli Americani nel 1944. Fu come tirar su Kansas City nel cuore dell’Etruria. Miti. Ma non è in fondo proprio il mito che sempre e solo sa tramandare senso (e bellezza) di civiltà?

Etruschi pirati di bellezza, dunque sì: anche stavolta – voglio dire – Carlo ha fatto centro. E su queste cose (su molte altre analoghe) vado rimuginando mentre ficco il naso un po’ dappertutto (con buona dose di passione e di curiosità) qua e là a passeggio per le semi-deserte sale del museo nazionale etrusco della Rocca Albornoz di Viterbo: sale ricche di bei reperti ed egregiamente allestite (anche in chiave di narrazione didattica).

 

E gliele accenno. A Carlo. O meglio: ci provo. Perché lui (dopo avermi telefonato-invitato apposta per questo sopralluogo congiunto in vista di futuri eventi e passeggiate/racconto) è già preda della sua immancabile crisi da sindrome di Stendhal fotografica, del suo tipico raptus da sacro furore giornalistico-documentario: e scatta scatta scatta a ritmi che voi umani. Vedute d’insieme sulle sale ma anche dettagli minutissimi (chi scrisse che la verità è nel dettaglio?). Insomma: non vedo l’ora di vederlo pubblicato, questo reportage foto-etrusco…

Fotocronaca: Il museo etrusco – slide – Viterbo vista dalla rocca degli Albornoz – slide

Carlo, a proposito, è Carlo Galeotti, direttore di Tusciaweb – il quale, dopo essersi inventato un 2015 anno degli Etruschi, dopo aver pubblicamente lanciato l’idea e subito principiato a fare squadra per realizzarla davvero (per una sempre migliore patrimonializzazione dei nostri paesaggi: cultura e turismo sono parenti stretti).

Perché? – chiede intanto qualcuno – Perché proprio il 2015 anno degli Etruschi? E che ne so io? Ma in casi come questo c’è proprio bisogno di un perché di rito?

E c’è un’altra questione che intanto mi frulla in testa: poca gente, oggi al museo archeologico di Viterbo; troppo poca per essere un sabato pomeriggio di settembre. Perché?

Il museo della Rocca Albornoz meriterebbe di più. E non di poco.

A parte il plusvalore architettonico del monumento – la sistemazione degli spazi ad opera del Bramante; la bellissima loggia aperta da Paolo III Farnese per ingentilire la primitiva rocca e redimerla in vero e proprio palazzo rinascimentale – che fa di questo luogo un solenne e accogliente gioiello.

A parte l’attento allestimento delle sale (dall’Acqua Rossa a Musarna, da Ferento a Norchia) dettato con cura pedagogica tale da rendere la struttura museale viterbese tappa obbligatoria di formazione e aggiornamento per studenti e insegnanti di ogni ordine e grado (e si intenda: non solo per quelli del nostro territorio).

A parte varie altre considerazioni di dettaglio, ci sono pur sempre la biga di Castro e la Demetra: due manufatti da restare a boccaperta, due eccellenze che già per sé sole meriterebbero l’istituzione ad hoc di una struttura nazionale. Demetra e la biga. Il principe e la dea. La guerra e il raccolto. È facile – Carlo – non lo vedi? La storia è sempre lunga: basterebbe impararla a raccontare.

Antonello Ricci


Articoli: “Biga di Castro, uno dei carri meglio conservati dell’epoca arcaica”


Condividi la notizia:
26 settembre, 2014

    • Altri articoli

    • Articoli recenti

                               Copyright Tusciaweb srl - 01100 Viterbo - P.I. 01994200564Informativa GDPR