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Caso Manca - Dopo le dichiarazioni del killer dei Casalesi Setola, parlano l'avvocato delle famiglia, Ingroia, e il fratello

“Un’opportunità importante per riaprire le indagini”

di Stefania Moretti
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Antonio Ingroia

Antonio Ingroia fuori dal tribunale di Viterbo

Attilio Manca, il medico trovato morto a Viterbo nel 2004

Attilio Manca, il medico trovato morto a Viterbo nel 2004

Il boss dei Casalesi Giuseppe Setola

Il boss dei Casalesi Giuseppe Setola, oggi collaboratore di giustizia

I familiari di Attilio Manca

I familiari di Attilio Manca

Viterbo – “Se la notizia risponde al vero, sarebbe un’opportunità importante per riaprire le indagini”.

L’avvocato Antonio Ingroia è cauto. Il lancio Ansa su presunte dichiarazioni del pentito Giuseppe Setola sul medico siciliano Attilio Manca vanno verificate, prima di cantare vittoria sulla tesi del delitto di mafia.

I Manca sostengono da sempre che ci sia la mano di Bernardo Provenzano dietro la morte di Attilio, il brillante urologo stroncato a 35 anni non si sa ancora come, nella sua casa a Viterbo. 

L’autopsia parla di un mix letale di eroina e tranquillanti. Per la procura di Viterbo, quella di Attilio Manca, è una tragedia dettata dall’abuso di stupefacenti. A processo, tuttora, c’è rimasta solo la presunta pusher Monica Mileti. Le altre nove posizioni sono state tutte archiviate nel corso degli anni.

I Manca difendono da sempre con le unghie e con i denti la pista dell’omicidio per mano mafiosa. Quella che vorrebbe Attilio ucciso perché testimone scomodo a  a 35 anni, il 12 febbraio 2004. Quattro mesi prima, il giovane urologo di Belcolle sarebbe stato in Costa Azzurra per un intervento chirurgico.

Provenzano viene operato a Marsiglia tra fine ottobre e inizio novembre. E’ di pochi mesi fa la scoperta del giallo sui fogli di presenza dell’ospedale Belcolle: gli atti della polizia dicono che il medico non si è assentato dall’ospedale; nei fogli di presenza, c’è scritto che il dottore non è a Belcolle né il 25, né il 26 ottobre e il 30 stacca prima del solito. C’è la telefonata da Marsiglia che mamma Angela ricorda nitidamente. Ma non è nei tabulati. E c’è il corpo martoriato di Attilio, ridotto a tappeto di ecchimosi, a raccontare una storia forse diversa dall’overdose da stupefacenti. Ma negli ambienti giudiziari si parla di semplici macchie ipostatiche e la frattura del setto nasale dipenderebbe solo dalla posizione del cadavere e da una caduta a faccia in giù.

Sono solo alcuni degli interrogativi sollevati dal caso Manca.

C’è un ma per tutto, nell’eterno scontro tra i dati in mano agli inquirenti e la ricostruzione alternativa dei familiari. Due rette parallele destinate a non incontrarsi mai. Ognuna razionale abbastanza da poter stare in piedi da sola. Fino al contraccolpo che, prima o poi, arriva da una parte o dall’altra a rimescolare le carte. 

Se il procuratore aggiunto di Roma Michele Prestipino, fino a cinque mesi fa sosteneva che “non ci fosse traccia di Manca nell’operazione a Provenzano”, la recente notizia delle dichiarazioni di Setola rimette tutto in questione. O almeno dà una chance alla riapertura del caso.

Setola non è uno qualunque. Si tratta di un pezzo da novanta del clan dei Casalesi. “Sappiamo solo – afferma Gianluca Manca – che all’interrogatorio con i pm di Palermo Roberto Tartaglia e Nino Di Matteo avrebbe parlato di un urologo messinese che si è occupato di Provenzano. Se questa notizia è vera, chiederemo l’acquisizione di quel verbale di interrogatorio al processo a Viterbo”. Per il fratello del giovane medico “il collegamento con Attilio viene spontaneo”, mentre sulla sua bacheca Facebook mamma Angela scrive che “è la notizia che aspetta da dieci anni”. 

Ingroia frena. “Io e il mio collega Fabio Repici prenderemo contatti quanto prima con la procura di Palermo e di Roma. Aspettiamo tutti con ansia di capire se questa notizia di stampa è vera. In tal caso, vedremmo buoni margini per una riapertura del caso. Riapertura che, sicuramente, solleciteremo”.

Stefania Moretti


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22 settembre, 2014

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