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Bomarzo - Lo segnala l'Università della Tuscia che ha contribuito alla nascita della struttura avviando poi una solida collaborazione

“Chiude nel silenzio il museo di sculture iperspaziali Pierelli”

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Una delle opere nel museo Pierelli di Bomarzo

Una delle opere nel museo Pierelli di Bomarzo

Una delle opere nel museo Pierelli di Bomarzo

Una delle opere nel museo Pierelli di Bomarzo

Viterbo – Riceviamo e pubblichiamo – Quando un museo chiude è sempre una sconfitta. Quando lo fa nel più assoluto silenzio lo è ancora di più. Silenzio degli enti locali, dei privati e di quanti potrebbero invece mantenere in vita un pezzo importante di cultura locale. Un elemento di riflessione.

Stiamo parlando del museo delle sculture iperspaziali di Bomarzo “Attilio Pierelli”, nato nel 1991 per volontà dello stesso artista, una figura all’avanguardia rispetto al suo tempo e uno degli artisti più importanti della corrente scultorea iperspaziale.

Un patrimonio importante per il territorio e uno spazio stimolante per l’Università della Tuscia che, contribuendo alla nascita dello stesso, diede inizio a una fortunata collaborazione consolidatasi negli anni.

Un legame iniziato prima con Simonetta Lux e proseguito poi con Elisabetta Cristallini, docente di Storia dell’arte contemporanea al dipartimento di Scienze dei Beni Culturali, e responsabile della Rete dell’arte contemporanea del Sistema Museale d’Ateneo.

Il dipartimento di Scienze dei Beni Culturali, in particolare, ha utilizzato per anni il museo come laboratorio delle arti contemporanee e sede di tirocini formativi.

A suggello di una collaborazione e stima reciproca Lina Pierelli, vedova dell’artista venuto a mancare nel gennaio 2013, ha voluto omaggiare l’ateneo con una scultura sonora, Xonarinox, che si va ad aggiungere alle altre due opere dell’artista, L’onda e Donna, già custodite dal Sistema Museale da più di un anno.

E l’ateneo, a sua volta, vuole dare voce al ricordo di un artista che ha dato molto al paese di Bomarzo e alla Tuscia, condividendo con il territorio il frutto delle sue originali riflessioni.

La signora Lina è ben felice di condividere i suoi ricordi con noi e non nasconde un certo rammarico nel raccontarci quel passato in cui il mondo dell’arte era tanto diverso da oggi, e dove gli artisti riuscivano con più facilità a ottenere il riconoscimento collettivo delle proprie opere.

Ci racconta quindi la nascita del museo, che all’inizio degli anni cinquanta era stato pensato come un vecchio laboratorio artigianale in disuso. “Attilio si innamorò subito di questo scorcio pittoresco e della sua intatta tipicità – spiega la signora Lina – i suoi archi e i vicoletti lo facevano sembrare un presepe, specialmente la sera, con le luci accese. A poco a poco fece tornare a vivere quell’edificio, animato dalla presenza costante di artisti che si incontravano per condividere esperienze, idee e prospettive artistiche”.

Ricorda quindi la prima edizione del concorso “Giovani d’arte”, una mostra artistica che vide la partecipazione di artisti da tutto il mondo, che fecero del museo Pierelli un contenitore culturale a tutti gli effetti, punto di incontro tra visioni dell’arte contemporanea del tutto diverse tra loro.

Oggi risulta difficile immaginare tutto questo e osservando gli spazi vuoti e silenziosi della sala del museo non si può negare lo sconforto che ci pervade: decine di opere in attesa di essere ricollocate, volumi e locandine che ritraggono le mostre più importanti dell’artista, riposti con cura nelle scatole di cartone.

Eppure non sarebbe corretto parlare di un silenzio vuoto: è un silenzio vivo, di oggetti che parlano, che raccontano – ciascuno a suo modo – l’originale intuizione artistica di Attilio Perelli, che in questo luogo è riuscito a far incontrare il rigore scientifico con la capacità immaginativa e quindi la scienza con l’arte, offrendone la sintesi all’osservatore.

Una sperimentazione innescata dalla fisica moderna, che ha trovato però nella scultura lo strumento di indagine più concreto: acciaio inossidabile, modellato pazientemente con accurate piegature, che ha condotto alla realizzazione di opere come Ipercubo, Superficie a cuspide, Xonarinox e in particolare la nota scultura in argento T.e.s.t (Trascinamento di Eventi Spazio Temporali) realizzata nel 1985 e divenuta il premio oscar del “Marcel Grossman meeting”, assegnato al miglior lavoro elaborato in Astrofisica.

Ripetizioni geometriche, immagini speculari e costantemente mutevoli, sculture parlanti che variano il loro suono in base all’ambiente, alla luce che li riflette e all’angolazione dalla quale sono osservati, e sembrano volerci ricordare che nulla è mai completo e definitivo.

“Nulla è definitivo”: mentre scendiamo le scale del museo non possiamo non notare come l’affermazione sia in netto contrasto con l’immagine desolata dell’edificio chiuso.

Tuttavia, prima di congedarsi, la signora Pierelli ci lascia con una frase che vogliamo riportare, perché suona quasi come un appello: “Agli artisti bisognerebbe dare più tempo”.

E allora facciamolo. Ricordiamoci di dare tempo all’arte, sia essa antica, moderna, di artisti emergenti o veterani. Se le diamo tempo, forse, potrà trovare anche lo spazio che merita.

Università della Tuscia


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8 ottobre, 2014

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