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Caso Attilio Manca - Il procuratore capo Pazienti esclude nuove indagini nel capoluogo

“Se è un omicidio di mafia non è competente Viterbo”

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Attilio Manca, l'urologo trovato morto nel 2004

Attilio Manca, l’urologo trovato morto nel 2004

Il procuratore capo di Viterbo Alberto Pazienti

Il procuratore capo di Viterbo Alberto Pazienti

Il procuratore capo Alberto Pazienti e il pm Renzo Petroselli

Il procuratore capo Alberto Pazienti e il pm Renzo Petroselli

Angela Manca, madre di Attilio, con Ingroia

Angela Manca, madre di Attilio, con Ingroia

Viterbo – (s.m.) – “Non mi risulta siano state riaperte indagini a Viterbo. Sulla tesi dell’omicidio di mafia non sarebbe comunque competente Viterbo, ma Roma”.

Il procuratore capo Alberto Pazienti torna a mettere la parola fine sulla vicenda di Attilio Manca. Almeno per Viterbo.

Per gli inquirenti di via Falcone e Borsellino, il caso è chiuso. E a chi parla di nuove indagini, la procura replica che Viterbo ha già svolto tutti gli accertamenti del caso.

Giovedì 23 ottobre si terrà il sit-in dei sostenitori della famiglia Manca davanti al tribunale. Una manifestazione organizzata per chiedere proprio la riapertura dell’inchiesta, in coincidenza con la nuova udienza del processo per omicidio a seguito di cessione di droga.

L’indiscrezione circolata in mattinata e smentita dal numero uno della procura, parlava di indagini delegate alla squadra mobile e coordinate dal pm Renzo Petroselli. Lo stesso magistrato che si è occupato fin dalla prima ora della morte dell’urologo siciliano 35enne in servizio a Belcolle. Ma oggi, il sostituto procuratore non smentisce né conferma le voci di un nuovo interessamento degli investigatori viterbesi sulla vicenda. Mentre dalla questura di via Romiti, tutto tace. Il riserbo è massimo.

Fu la squadra mobile viterbese, all’epoca coordinata da Salvatore Gava, a scoprire il cadavere del giovane medico siciliano nel suo appartamento in zona Grotticella. Era il febbraio 2004.

Attilio Manca aveva sul braccio sinistro i segni di due iniezioni. L’autopsia dice che a uccidere il medico è stato il mix letale di eroina e tranquillanti.

Dai dieci indagati iniziali, il cerchio si stringe prima su sei, cinque dei quali originari di Barcellona Pozzo di Gotto (Messina) come il giovane medico. La sesta è Monica Mileti, unica donna e unica romana del gruppo. E ad oggi, unica imputata, dopo l’archiviazione degli altri, tra cui anche il cugino di Manca.

I familiari sostengono da sempre la tesi del delitto di mafia: Attilio sarebbe stato ucciso perché testimone scomodo, dopo aver operato il capo di Cosa Nostra, Bernardo Provenzano. Lo direbbero quei due buchi sul braccio sinistro, mentre Attilio era mancino. Le siringhe, analizzate dopo otto anni, senza neanche le impronte di Attilio e sigillate col tappo salva-ago subito dopo l’uso. Da chi? Da Attilio che stava morendo?

E poi i tabulati e la telefonata introvabile dalla Francia: risale all’ottobre 2003 e la madre Angela la ricorda perfettamente. In quel periodo, secondo la signora Manca, il figlio si trovava in Costa Azzurra per un intervento, contemporaneamente all’operazione di Provenzano alla prostata. Angela Manca ricorda di aver parlato al telefono col figlio dall’estero, ma dai tabulati non risulta. Per tutti questi motivi, tramite le indagini difensive dei loro avvocati Antonio Ingroia e Fabio Repici, i Manca continuano a sperare di far riaprire il caso dalla procura nazionale antimafia.

L’ultima novità è rappresentata dalle dichiarazioni del killer dei Casalesi Giuseppe Setola, che avrebbe parlato di Manca all’interrogatorio da lui chiesto ai pm di Palermo Roberto Tartaglia e Nino Di Matteo. Il boss casalese avrebbe appreso particolari sulla vicenda mentre era in carcere. Sulle sue dichiarazioni, trasmesse alla dda di Roma, continua a indagare la procura di Palermo, che starebbe facendo accertamenti sulla latitanza di Provenzano. Accertamenti che, secondo il procuratore aggiunto di Roma Michele Prestipino, sarebbero già stati fatti con esito negativo. Prestipino lo disse a chiare lettere ad aprile davanti alla commissione parlamentare d’inchiesta sul fenomeno delle mafie e sulle altre associazioni criminali anche straniere.

Quanto alle indagini svolte a Viterbo e ai rilievi della famiglia Manca, gli inquirenti tagliano corto: le impronte sulle siringhe non erano rilevabili già dal primo giorno per le loro dimensioni. Il fatto che Manca fosse mancino non gli avrebbe impedito di bucarsi. Il suo passato da assuntore di droga risulterebbe dall’esame del capello. Non un omicidio di mafia, insomma, ma una disgrazia di droga, come dichiarò lo stesso procuratore capo di Viterbo alla conferenza stampa indetta dopo la chiusura delle indagini.

Alla colpevolezza di Monica Mileti i Manca non hanno mai creduto. Si sono costituiti comunque parte civile per portare al processo elementi utili per approfondire. 

La prima udienza, dopo il rinvio a giugno per cavilli procedurali, sarà giovedì.


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18 ottobre, 2014

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