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Economia - Viterbo - Pierpaolo Vestri spiega le ragioni delle sue dimissioni - L'imprenditore critico sulla gestione dell'associazione e sulle pressioni su Novella Bentivoglio affinché lasci il posto in giunta camerale a una rappresentante dell'Ascom

Confesercenti? Un’associazione con un uomo solo al comando

di Paola Pierdomenico
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Paolo Vestri

Paolo Vestri 

Vincenzo Peparello, presidente Confesercenti Viterbo

Vincenzo Peparello, presidente Confesercenti Viterbo 

Viterbo – “Confesercenti a conduzione unipersonale”.

Un solo uomo al comando, pochi iscritti e adesso anche le pressioni su Novella Bentivoglio, eletta nella giunta della camera di commercio, a lasciare il suo incarico per fare spazio a una una collega dell’Ascom.

Pierpaolo Vestri era stufo di portare avanti un progetto che non corrispondeva più alle sue aspettative. Ed è così che venerdì scorso ha preso carta e penna e ha rassegnato le sue dimissioni da Confesercenti. Con l’iscrizione all’associazione, pensava di poter dare voce alle istanze dei suoi colleghi imprenditori. Così, invece, non è stato.

Perché si è dimesso da Confesercenti?
“Sono uscito – dice Vestri – perché non ho trovato l’associazione di categoria che immaginavo. Mi sono iscritto per dare voce alle istanze dei miei colleghi e sono rimasto per cinque anni, ma, in questo periodo, ho trovato un’associazione unipersonale, in cui, il presidente provinciale disponeva e faceva quello che lui riteneva opportuno. Non c’era spazio per muoversi e le attenzioni della giunta erano più rivolte alle opportunità di business che ai problemi del commercio”.

Cosa intende?
“Noi dovremmo portare avanti le istanze della categoria, nel nostro caso, però, non era così. L’unica preoccupazione era quella di raccogliere le opportunità che il commercio o gli esercenti possono offrire, con l’istituzione di corsi di formazione o per l’apertura dei negozi. Attività di certo conformi, ma che non sono lo scopo sociale dell’organizzazione. Le cose da affrontare sono altre”.

Quale è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso?
“Volevo rappresentare l’associazione all’interno della Camera di commercio, ma non mi è stato concesso. Ne ho preso atto. Quando, però, vengo a sapere che Confesercenti chiede le dimissioni di un suo rappresentante nella giunta camerale, non riesco proprio a darmi spiegazioni. Già rappresentiamo male il commercio, e quando ci viene data la possibilità di dare voce alle nostre richieste, direttamente nella sala di controllo di un posto in cui vengono prese delle decisioni importanti per l’economia del territorio, ce la facciamo sfuggire per darla ad altri. Impensabile. In giunta, infatti, ci sono Vincenzo Peparello e Novella Bentivoglio. A quest’ultima però, imprenditrice dell’associazione, è stato chiesto di mettersi da parte per fare spazio a Tiziana Fanti, che non conosco e che rispetto, ma che è una dipendente di Ascom. Rinunciamo per fare spazio, non al presidente o al direttore e nemmeno a un imprenditore, ma a una dipendente”.

Il commercio, in provincia di Viterbo conta 11mila partite Iva, di queste 540 sono di Confesercenti. Una percentuale infinitesimale, perché, secondo lei?
“Perché l’attività di partecipazione, coinvolgimento e di lobby, in senso positivo, in questi anni, non c’è mai stata. Oggi, infatti, quando un commerciante del centro storico ha un problema, preferisce creare un’associazione per conto proprio. La gente ci accusa di non aver fatto nulla e ha ragione, per cui, mi sono assunto le mie responsabilità e mi sono dimesso. L’associazione vuole contare più dei numeri che ha, ma poi, quando ottiene un successo, come quello di avere due membri nella giunta della camera di commercio, preferisce lasciare spazio ad altri, che, oltretutto, non hanno nulla a che fare con l’imprenditoria”.

 Allora, perché, è stato fatto questo accordo?
“Bisognerebbe chiederlo a chi lo ha sottoscritto. Non possiamo attaccare la politica e poi fare lo stesso gioco dello scambio di poltrone. Bentivoglio ha preso quattro voti, che vanno rispettati, mentre la signora Fanti ne ha presi zero. Voglio quindi capire il motivo di questo avvicendamento. Perché dobbiamo regalare un seggio di giunta a chi non ha ottenuto consensi dalla coalizione che era nata per l’elezione”.

Cosa auspica?
“Spero che la signora Bentivoglio resti al suo posto e che nessuno faccia pressioni per le sue dimissioni. Lei è una portatrice delle istanze del commercio viterbese e un persona che deve poter svolgere il suo ruolo in serenità, dato che c’è chi le ha dato fiducia. Confesercenti non doveva essere una fabbrica di business, ma un luogo di idee e confronto. E, in questi anni, non lo è mai stata”.

Cosa pensa, in generale, delle associazioni di categoria?
“Sono punti di riferimento per il mondo produttivo che deve interfacciarsi con le istituzioni. Qui a Viterbo ce ne sono alcune che funzionano bene e gli effetti si vedono nella capacità di coordinare e condizionare le scelte politiche. Confesercenti non lo fa”.

Le sue aspettative, al momento dell’iscrizione, erano diverse?
“Sì. Immaginavo più coinvolgimento e partecipazione attiva, invece, le decisioni sono sempre state prese nelle stanze, senza condividere. Di cose buone ce ne sono state, non lo posso negare, ma Confesercenti di Viterbo e provincia, è associata a una persona e non a un gruppo. Ecco perché mi sono dimesso”.

Che messaggio vuole lanciare con le sue dimissioni?
“Nessuno, in realtà. Volevo fare tante cose per questo settore, ma alla fine il tempo e le scarse risorse non me lo hanno permesso. Inoltre, le visioni tra me e Confesercenti erano troppo distanti e le mie priorità non corrispondevano a quelle dell’associazione”.

Qual è lo stato del commercio viterbese?
“In linea con quella nazionale. Si teme la grande distribuzione, che, è, invece, una grande opportunità per le assunzioni. Per me, c’è altro da temere…”.

E cioè?
“La vendita online, un argomento che, in Confesercenti, non è mai stato affrontato e che invece comporterà gravi conseguenze dal punto di vista dell’evasione fiscale. Lo scorso Natale, il 40 per cento delle spedizioni dei corrieri espressi, nell’ultima settimana di dicembre, era destinato ai privati che avevano comprato online. C’è un boom del fatturato, e invece di affrontarlo, si è pensato ai corsi di formazioni e sulla sicurezza. Non possiamo opporci al progresso e dobbiamo pensare a nuove opportunità. In associazione, però, sono tutti impegnati a pensare ad altro. Bisogna cambiare mentalità”.

Il centro storico è destinato a morire?
“In tutte le grandi città, i centri funzionano se sono accessibili. A Viterbo non lo è. Si parla tanto di chiusura, ma in realtà manca un piano serio per realizzarla. Bisogna organizzare prima di tutto la viabilità e dare vita a un parcheggio. Servono soldi, programmazione, intelligenza e anche l’umiltà di seguire gli esempi positivi delle altre città”.

Che momento è per la crisi?
“Le attività soffrono. A gennaio, per me, ne chiuderanno diverse per l’aumento dei costi, la scarsa disponibilità di spesa delle famiglie e, soprattutto, per l’incertezza che gioca un ruolo fondamentale. Il periodo è critico e non c’è possibilità di vedere la luce, almeno fino alla prima metà del 2015. Se hai una bella città e una mareggiata porta via tutto, appena esce il sole, le macerie restano e ci voglioni tempo e denaro per rimettere tutto a posto. Ci vorrà tempo per la ripresa economica”.

Ci sono buone speranze?
“L’imprenditore è positivo per natura e anche per necessità – conclude Vestri -. Ogni giorno, cerchiamo di inventarci qualcosa per sopravvivere nella speranza che qualcuno porti sempre più in alto le nostre esigenze. Ecco perché io credevo molto nelle associazioni di categoria e, in particolare, in quella a cui appartenevo. I negozi sono la vita delle vie, dei quartieri e della città. La gente ci deve voler bene e deve aiutarci. Spesso, c’è chi si lamenta perché la domenica, i negozi in centro sono chiusi, ma poi le stesse persone vanno ad acquistare negli outlet. Noi non siamo solo una bella vetrina da osservare durante una passeggiata. Non funziona così, ed è per questo che i commercianti devono iniziare a incidere più nelle dinamiche sociali. E dovono farlo, soprattutto, grazie al lavoro delle associazioni di categoria”.

 Paola Pierdomenico


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10 novembre, 2014

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