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Graffignano - Miniera d'oro 2 - Forestale - Terza condanna in sette mesi - Un anno e mezzo agli altri due imputati

Appalti truccati, due anni e quattro mesi per Chiavarino

di Stefania Moretti
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L'imprenditore Domenico Chiavarino

L’imprenditore Domenico Chiavarino

L'avvocato Franco Moretti

L’avvocato di Chiavarino Franco Moretti

Graffignano – Assolto dall’accusa di concussione. Condannato a due anni e quattro mesi per corruzione e turbativa d’asta.

Domenico Chiavarino colleziona sentenze sfavorevoli. Quella di stamattina, per l’imprenditore edile di Celleno, è la terza condanna in sette mesi davanti al tribunale di Viterbo. Prima le cave abusive spacciate per bonifiche agrarie a Civitella d’Agliano (processo ‘Miniera d’oro’): due anni e quattro mesi a lui e all’ex sindaco Mancini.

Poi la tangente da 10mila euro per riattivare la vecchia cava di Montevareccio (processo ‘Dazio’): due anni e mezzo per Chiavarino, il figlio e il funzionario regionale accusato di aver intascato i soldi.

E infine, gli appalti truccati al comune di Graffignano, nell’era Marchini: l’ex sindaco era stato il primo a vedersi comminare una condanna a un anno e nove mesi con rito abbreviato. Oggi è toccata a tutti gli altri: Chiavarino, ma anche il carrozziere Ilvio Boccio e il titolare di una rivendita di moto, Federico Mecali.

Giudici più che severi. Pene aumentate per tutti, rispetto alle richieste dei pm Fabrizio Tucci e Stefano D’Arma: due anni e quattro mesi a Chiavarino (invece dei due richiesti) e un anno e mezzo a Boccio e Mecali, per turbativa d’asta. Per loro, l’accusa aveva chiesto appena sei mesi.

L’indagine era stata ribattezzata “Miniera d’oro 2” perché nata da una costola dell’altro fascicolo “Miniera d’oro”, sulle cave a Civitella d’Agliano. In entrambi i casi, sotto la lente degli inquirenti erano finiti i ‘rapporti privilegiati’ di Chiavarino con gli allora sindaci. Ma se “Miniera d’oro” riguardava Civitella d’Agliano, in “Miniera d’oro 2” la cornice è Graffignano.

E’ il 2008. Il sindaco di Graffignano è Fabrizio Marchini, cugino di Chiavarino. Due appalti finiscono nel mirino della procura: da un lato i pick-up della nettezza urbana per il comune, che coinvolgono Boccio e Mecali; dall’altro i lavori alla scuola elementare “Lo Gatto”, che Chiavarino si aggiudica, subappaltandone – in modo irregolare – una parte alla ditta di Carlo Conticchio.

Per l’accusa sono appalti truccati. Perché se, nel primo caso, Marchini avrebbe prima promesso la gara a Mecali e poi individuato la ditta da cui comprare i pick-up insieme a Boccio, per i lavori alla scuola, Chiavarino avrebbe pagato all’ex sindaco una tangente da 5mila euro. Non solo. Secondo le indagini del Nipaf della forestale, Chiavarino gli aveva promesso anche il 50 per cento delle somme ricevute dal comune per sovraffatturazioni. La chiave, ancora una volta, è nelle intercettazioni fatte ascoltare in aula alle ultime udienze. “Noi, i lavori che non realizzeremo, c’hai da mette 20mila euro sopra”, dice Chiavarino al telefono con Marchini, che gli chiede: “Io non è che vivo per questo, ma dato che c’è la possibilità di farlo… fammece  guadagna’ pure a me…“.

L’ex sindaco, in cambio, come scritto nel capo di imputazione, “asserviva la sua funzione agli interessi del privato, garantendogli l’affidamento dei lavori a prescindere dalla legittimità degli atti da adottare” e “a prescindere dalla conformità del progetto”. Tanto più grave, se si pensa che la ‘merce di scambio’, in tal caso, era una scuola elementare.

Corruzione e turbativa d’asta, ma niente concussione, secondo il collegio presieduto da Maurizio Pacioni (a latere Eugenio Turco e Silvia Bartollini). Quindi, niente risarcimento alla parte civile Carlo Conticchio, che voleva 130mila euro da Marchini e Chiavarino per essere stato costretto a rinunciare a una parte del suo compenso di subappaltatore: al primo saldo si vede dare 1500 euro in meno perché gli si dice che, come da accordi, quei soldi dovevano andare a Marchini.

Gli imputati si sono difesi come hanno potuto: Mecali non presentò neanche l’offerta, per la gara dei pick-up; Boccio, tramite il suo avvocato, parla di “forzature” nella ricostruzione dell’accusa e intercettazioni interpretabili in vari modi. All’ultima udienza, Chiavarino si appellò al suo legame di parentela col sindaco: quei 5mila euro erano un aiuto al cugino, che attraversava un brutto momento. Ma il tribunale non gli ha creduto. 

Novanta giorni di tempo per le motivazioni e poi, probabilmente, l’appello.

Stefania Moretti


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16 dicembre, 2014

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