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Viterbo - Neonata muore dopo 17 giorni - Parlano i consulenti dell'accusa - Lo specialista della difesa: "Belcolle disorganizzato"

“Claudia soffriva e doveva nascere”

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Belcolle

Belcolle

Viterbo – (s.m.) –  “Claudia doveva nascere. Non si poteva più aspettare”.

I consulenti dell’accusa gettano la croce sugli imputati. A processo, ci sono due ginecologi dell’ospedale Belcolle, accusati dell’omicidio colposo di una neonata: il 21 maggio 2013 la piccola Claudia viene alla luce con tanta fatica all’ospedale Belcolle. Diciassette giorni dopo si spegne. Neanche il trasferimento d’urgenza al Bambin Gesù le salva la vita.

In aula, le possibili cause della morte si passano al microscopio. Dopo gli specialisti incaricati dal tribunale di stendere una perizia, ieri è toccato ai consulenti di parte tirare le somme. 

Per il ginecologo Domenico Arduini e il medico legale Emanuela Turrillazzi, consulenti dell’accusa, c’è un dato granitico che niente può scalfire: la sofferenza di Claudia comincia inequivocabilmente alle 21,20 del 21 maggio. A quel punto, la bambina deve nascere. E può nascere solo col cesareo e il prima possibile.

Ma passano altre due ore prima che gli imputati abbandonino l’idea del parto naturale. Alle 23,15 si decide per il cesareo, eseguito solo a mezzanotte passata, perché l’anestesista era impegnato con un’altra operazione. 

Le difese spostano all’indietro le lancette dell’orologio, puntando a sostenere che c’erano già avvisaglie che Claudia soffrisse. Quindi il cesareo poteva essere fatto prima. Quindi non dai medici imputati, ma da quelli del turno precedente, che la procura non ha mai ritenuto di iscrivere nel registro degli indagati. Uno slittamento delle eventuali responsabilità che per i consulenti dell’accusa è a dir poco impossibile: le analisi della mattina e del pomeriggio sono troppo ambigue e il cesareo, intervento chirurgico rischioso anche per la mamma, dev’essere sempre l’extrema ratio. Ma alle 21,20 non c’è più niente da rimandare. Il quadro clinico precipita. La sofferenza della bimba è sotto il sole e diventa urgenza. Nessuno può certamente dire se quelle due ore l’avrebbero salvata, ma sicuramente si è perso tempo.

Il consulente Giampaolo Palla, per la difesa di uno dei ginecologi, scarica la colpa della morte di Claudia sull’organizzazione dell’ospedale Belcolle: “Tra la decisione di fare il cesareo e il cesareo stesso passano ottanta minuti che non dipendono dai ginecologi, ma dal blocco operatorio. Serve un anestesista di guardia che in quel momento non c’è”. Per il dottor Palla non sembra influente la sofferenza della piccola attestata già alle 21,20: “Due ore più tardi il cesareo avrebbe potuto comunque limitare i danni”, dice. Ma aggiunge anche che, forse, lui avrebbe operato già alle 21,20. 

Il processo continua ad aprile.


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23 gennaio, 2015

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