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L’Irriverente

La guerra di De Gasperi e quella di Renzi con… Peppe Sini

di Renzo Trappolini

Botta e risposta Sini - Renzi sulla Corriere della Sera

Botta e risposta Sini – Renzi sulla Corriere della Sera – Clicca sulla foto per leggere l’articolo

Botta e risposta Sini - Renzi sulla Stampa di Torino

Botta e risposta Sini – Renzi sulla Stampa di Torino – Clicca sulla foto per leggere l’articolo

Viterbo  – Il botta e risposta Sini – Renzi ieri era sui più importanti giornali italiani. La figura barbina del presidente del consiglio non è passata inosservata. Chi ne è uscito bene è Peppe Sini che ha fatto la figura del gigante rispetto a un bimbo delle elementari. Ma va detto con Renzi talvolta questo non solo è facile ma, purtroppo, ineluttabile. Nessuno se la prenda però perché Renzi “ci piace tanto… tantissimo…50!”.

Sulla vicenda ecco un intervento di Renzo Trappolini.


– Commentando insieme il botta, risposta e controbotta di Peppe Sini e Matteo Renzi (li chiamo per nome secondo lo stile presidenziale), citata da tutti i media italiani, il direttore di Tusciaweb mi ha sparato a bruciapelo la domanda: “Chissà come avrebbe risposto De Gasperi?!?”.

Non ho conosciuto De Gasperi e i tempi sono cambiati. Però, considerando che oggi la guerra degli occidentali contro i ribelli afghani – che resistono – sta durando più di due volte e mezza la seconda guerra mondiale, vien da ricordare il tempo in cui De Gasperi agli inizi del ‘900 fu deputato trentino nel parlamento austriaco: “rappresentante di un popolo di sentimenti italiani, suddito austriaco e cattolico militante”, secondo la definizione della figlia Maria Romana.

Posizione quanto mai difficile. Vedendo “lampeggiare il metallo dell’odio antico” diceva “eppure bisogna guardarsi, parlare”, ma non ebbe timore, il 28 settembre 1917 di gridare di fronte al parlamento austriaco, in difesa dei diritti naturali di chi era nato italiano e anelava all’indipendenza: “lasciate che il conto dei tiranni aumenti finché un giorno solo paghi la colpa generale e quella di ciascuno”. Era il verso di un poeta e lui lo commentò: “Questo giorno deve venire e verrà. Sarà il risultato di questa guerra . E’ la vittoria del principio democratico”.

Parole che paiono echeggiare lo spirito della teologia della liberazione. Quella che in Sudamerica, in anni recenti, armò per la democrazia oppressa preti e vescovi come Camilo Torres ed Helder Camara che i pacifisti del’68 presero a simbolo. Come Oscar Romero il vescovo ucciso sull’altare dalla dittatura del Salvador, il suo paese.

Quando la seconda guerra mondiale che “un uomo solo volle” finì con la nostra disfatta, toccò a De Gasperi presentarsi di fronte ai vincitori sapendo che “tutto, tranne la vostra personale cortesia è contro di me e soprattutto la mia qualifica di ex nemico mi fa considerare imputato”. Il New York Times gli scrisse in una lettera aperta: “Voi, nonostante tutto, foste ascoltato dai milioni che anelano alla pace. Che un giorno lo spirito che vi ispira trionfi”.

Forse la Nato nacque allora ed anche il Patto di Varsavia con il Comecon che i paesi comunisti strinsero per difendersi dagli occidentali. In difesa sia ad est che ad ovest con le basi, i missili e gli scudi spaziali. Dismessi o meglio “messi” sul libero mercato delle armi dopo il crollo del muro di Berlino, perché dietro ogni guerra ci sono anzitutto i soldi, la ricchezza di pochi che aumenta come la povertà dei tanti.

Al senato italiano De Gasperi , nel 1949, spiegò: “O aderiamo al Patto che esiste in ogni caso al di fuori di noi, o neutralità. Ma la neutralità è impossibile per la nostra insufficienza finanziaria”.

Il Pci si oppose allora con un durissimo ostruzionismo, ma nel 1975, con Berlinguer, cambiò idea.

I tempi erano cambiati ed oggi lo sono ancora di più.

Renzo Trappolini

3 gennaio, 2015

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