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Ronciglione - Cavalla morta alle corse a vuoto - Ascoltato l'ex dirigente del servizio veterinario della Asl, insieme a due carabinieri, testimoni dell'accusa

“Tiffany morta dissanguata”

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La caduta della cavalla Tiffany

La caduta della cavalla Tiffany

La caduta della cavalla Tiffany

La caduta della cavalla Tiffany

La caduta della cavalla Tiffany

La caduta della cavalla Tiffany

Massimo Sangiorgi e Luciano Camilli

Massimo Sangiorgi e Luciano Camilli

Il pm Stefano D'Arma

Il pm Stefano D’Arma

Ronciglione – Dissanguata, dopo che un ferro le si era conficcato nella giugulare.

E’ morta così Tiffany, la cavallina della scuderia Montecavallo di Ronciglione.

L’incidente alle corse al vuoto del 2011, di fatto, ha messo una pietra tombale – almeno provvisoria – sulla secolare gara tra cavalli senza fantino, lasciati correre per le vie rinascimentali della città.

Le corse a vuoto non si disputano dal 5 marzo 2011. Giorno dell’incidente a Tiffany, scivolata sul selciato e andata a sbattere contro un divisorio. Per quella morte in diretta, davanti a centinaia di spettatori del palio, finiscono a processo l’ex sindaco di Ronciglione Massimo Sangiorgi e l’ex presidente della proloco Luciano Camilli, accusati di maltrattamento degli animali.

All’udienza di ieri hanno sfilato davanti al giudice tre testimoni del pm Stefano D’Arma. Il primo, Girolamo Ferri, all’epoca dirigente del servizio veterinario della Asl, ha riepilogato i controlli eseguiti prima e dopo l’incidente: la ferratura dei cavalli era a posto, né sembravano insorgere problemi di sicurezza. La pioggia leggera di quel giorno non fu ritenuta un intralcio alla corsa.

Tiffany muore per dissanguamento dopo l’impatto con lo spigolo in ferro di una paratia. E proprio paratie e aspetti tecnici del percorso sono al centro della testimonianza del maresciallo Francesco Longobardi, che ha parlato di commissione di vigilanza non valida e di barriere irregolari perché non protette da materiali ammortizzanti, come per esempio materassi. Ma per la difesa degli imputati, rappresentata dall’avvocato Luca Paoletti, il maresciallo non dice in base a quale normativa le barriere scelte erano irregolari, mentre il percorso sarebbe stato deciso dagli esperti dell’Unire (Unione incremento razze equine).

I riflettori sono puntati anche su altri aspetti del tracciato. Come la terra che, nell’edizione 2011, non era stata posta a livellare il selciato. E qui ci si addentra nella fitta giungla normativa riassunta dal militare dei Nas Francesco Toparini.

C’è l’accordo Stato-regioni del 2003, con cui la regolamentazione delle manifestazioni storiche come la Corsa dei Berberi di Ronciglione è delegata alle regioni. 

C’è l’atto di indirizzo della Regione Lazio del 2006, che prevede di ricoprire i tracciati anche con materiali diversi dalla terra. Ma due anni dopo, il comune di Ronciglione chiede una deroga e la ottiene. E proprio in forza di quella deroga organizza il palio nel 2011. Nel frattempo, la necessità di ricoprire di terra il tracciato viene confermata dalla famosa ordinanza ministeriale Martini. Nuova richiesta di deroga del comune, che il ministero non concede. E, infine, il ricorso al Tar che annulla il diniego della deroga da parte del ministero.

Un labirinto intricato in cui è facile perdersi. Per il pm D’Arma, la deroga del 2008 non era sufficiente e non valeva automaticamente anche per il 2011. Per la difesa, il patrocinio della Regione, che finanziava il palio di tasca sua, era una garanzia, oltre che un’autorizzazione. Anche per questo l’avvocato Paoletti aveva chiesto già ieri il proscioglimento degli imputati: perché non può esserci maltrattamento degli animali, in caso di manifestazione storica autorizzata. Ma il giudice ha respinto la richiesta: se la corsa era autorizzata o meno emergerà solo dal processo. 


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23 gennaio, 2015

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