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Viterbo - Unitus - Il rettore boccia il decreto legge su sistema bancario e investimenti che spinge gli atenei ad affidare i propri brevetti a un privato

Di nuovo colpite le università italiane

di Alessandro Ruggieri – Rettore Unitus
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Alessandro Ruggieri

Alessandro Ruggieri

Viterbo – Il premier Renzi aveva fatto sperare il sistema universitario in un cambio di marcia.

Nel suo recente intervento all’università di Bologna aveva disegnato un quadro nel quale l’università finalmente riprendeva il ruolo di leadership culturale e tecnologica nel progresso del paese, tenendo conto che ad oggi l’Italia è il fanalino di coda in Europa per gli investimenti in innovazione. Ma questo provvedimento sembra andare in direzione diversa rispetto alle sue intenzioni.

Mi riferisco a quanto è stato stabilito col decreto legge del 24 gennaio 2015 “Misure urgenti per il sistema bancario e gli investimenti”, meglio noto alle cronache degli ultimi giorni come il decreto con il quale il governo intende trasformare un certo numero di banche popolari in società per azioni entro 18 mesi, colpisce anche le università e gli enti di ricerca.

Il comma 2 dell’articolo 5 assegna alla Fondazione istituto italiano di tecnologia (fondazione privata finanziata anche da apporti dello Stato) l’obiettivo di sistematizzare a scopi di vendita i risultati della ricerca scientifica e tecnologica svolta negli enti pubblici di ricerca, le competenze scientifiche e le infrastrutture di ricerca presenti negli enti. A tal fine gli enti pubblici di ricerca sono tenuti a fornire alla Fondazione le informazioni necessarie, comprese anche quelle sui brevetti e i risultati della ricerca. Sempre nel comma 2 la Fondazione deve istituire un sistema per la commercializzazione dei brevetti registrati da università, enti di ricerca e ricercatori del sistema pubblico e disponibili per l’utilizzazione da parte delle imprese.

Mentre gli enti pubblici di ricerca, in base a questa normativa, dovrebbero obbligatoriamente trasferire risultati delle ricerche e competenze scientifiche ad una fondazione privata, le università possono (non devono, almeno nell’attuale formulazione), stipulare accordi, contratti e convenzioni con la Fondazione per la valorizzazione dei risultati della ricerca scientifica e tecnologica. Ma rendere un ente privato potenzialmente titolare della gestione della proprietà intellettuale delle università rende assai preoccupante e lesivo materialmente e moralmente per le università (e per gli enti di ricerca) il provvedimento.

Le università hanno investito molto sul trasferimento tecnologico negli ultimi anni, in quanto da un lato una delle leve per favorire la crescita dei territori nei quali gli atenei sono localizzati e dall’altro fonte diretta di finanziamento in un quadro sempre più restrittivo di risorse.

Da questo punto anche la nostra università ha sostenuto molti investimenti nell’assunzione e formazione di risorse umane specializzate e nella costruzione di una rete di rapporti con il sistema delle imprese, che ha dato i suoi risultati se consideriamo gli undici spin-off dell’ateneo e l’incremento di brevetti registrati dall’ateneo anche recentemente, con un importante impegno finanziario.

Per quale ragione dovremmo consegnare un brevetto o una innovazione ad un soggetto privato per la commercializzazione quando Europa, regione e ministero (in più occasioni) hanno finanziato specifici progetti per la costituzione e lo sviluppo di appositi uffici con queste funzioni (Ilo – Industrial Liaison Office, attivo anche presso il nostro ateneo)?

Va anche sottolineato il danno che potrebbe derivare dalla disponibilità di informazioni riservate e spesso estremamente sensibili dal punto di vista della privacy della ricerca, frutto di investimenti e lavoro di molti anni di docenti e ricercatori.

Nel passato le università non hanno sempre utilizzato bene le risorse disponibili, ma da diversi anni ormai la situazione è mutata, sotto la spinta della maggiore attenzione dell’opinione pubblica, dei controlli sempre più accurati da parte di più soggetti e del progressivo cambiamento culturale.

Anche l’Università della Tuscia ha raccolto la sfida della competizione internazionale, lavorando di più, con maggiore efficacia e con buoni risultati qualitativi nella didattica e nella ricerca ma con sempre meno risorse, sempre più adempimenti e regole basate prevalentemente su parametri quantitativi che, insieme a provvedimenti estemporanei come questo, rischiano di depotenziare le scelte strategiche e il rigore gestionale dell’ateneo, e il lavoro di quanti si impegnano e si sacrificano quotidianamente nella didattica, nella ricerca e nell’amministrazione.

La strada, che speriamo il governo finalmente attui, deve essere quella di restituire una reale autonomia gestionale ed economica agli atenei, nell’ambito di un rigido sistema di controlli, che già esiste, punendo senza tentennamenti chi sbaglia, ma premiando chi dimostra di perseguire politiche serie e rigorose e punta a migliorare continuamente la qualità delle prestazioni didattiche e di ricerca, nell’interesse degli studenti, delle famiglie e delle imprese che si aspettano una università efficiente e “di qualità” in grado di contribuire alla costruzione del futuro dei giovani.

Alessandro Ruggieri
Rettore Università degli studi di Viterbo

 


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2 febbraio, 2015

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