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Bolsena - Processo Lions - Minacce e ricettazione di opere d'arte - Parla la moglie di un imputato

“Bossoli nella tasca della giacca”

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I leoni che danno il nome all'operazione Lions

I leoni che danno il nome al processo Lions

Spartaco Pasquini, 45enne

Spartaco Pasquini

Marco Gentile 44enne

Marco Gentile

Severino Cuseo, 56enne

Severino Cuseo

Bolsena – Bossoli nella tasca della giacca.

Sarebbero stati di Spartaco Pasquini, dipendente di un’impresa di pompe funebri a Bolsena, imputato al processo Lions. Da un lato, le minacce a un carabiniere e un consigliere comunale; dall’altro la ricettazione di opere d’arte, contestata ad altri imputati. Deriva da qui il nome dell’operazione che, nel settembre 2011, portò a undici arresti nella zona di Montefiascone e Bolsena. Ma a processo sono arrivati solo in quattro. Come quattro erano i testimoni dell’accusa ascoltati ieri; tra loro, la moglie dell’imputato Pasquini e il consigliere comunale minacciato. 

E’ stata la donna a trovare nella giacca del marito – oggi ex – otto cartucce a salve, poi consegnate ai carabinieri. Sia al militare che al consigliere minacciato nel 2010, furono recapitate lettere minatorie con dentro bossoli. Secondo il pm Stefano D’Arma, sarebbe stato Pasquini a recapitarle: una conteneva il nome della moglie, l’altra un non meglio precisato invito al consigliere a “collegare il cervello prima di parlare”.

Il consigliere comunale di Sel spingeva per indire la gara d’appalto per i servizi cimiteriali, anziché l’affidamento diretto. “In questo modo il comune avrebbe risparmiato”, ha dichiarato ieri Puri in udienza; contemporaneamente, la moglie di Pasquini sosteneva che il marito fosse su tutte le furie con Puri. Forse perché la gara d’appalto non sarebbe convenuta affatto a Pasquini. Ed ecco spiegato il movente delle minacce, secondo l’accusa.

La difesa, rappresentata dall’avvocato Vincenzo Dionisi, ribatte che non c’è nessun filo diretto tra Pasquini e le lettere minatorie. Primo: Pasquini era un semplice dipendente dell’impresa di pompe funebri della sorella. Secondo: nella casa in cui furono trovati i bossoli, Pasquini non abitava più da diverso tempo, anche se c’erano ancora tutte le sue cose. Senza contare che il consigliere Puri, nello stesso periodo, faceva parte anche di una commissione d’inchiesta sulle lottizzazioni. E chissà che le famose minacce non siano arrivate proprio da quell’ambiente?

Sul banco dei testimoni, anche un carabiniere del nucleo tutela patrimonio culturale di Firenze, che ha spiegato la genesi dell’inchiesta: la procura di Firenze trovò la foto di due grossi leoni in pietra durante una perquisizione. Le indagini a Firenze e Viterbo si incrociarono, portando al ritrovamento dei leoni in porfido nel laboratorio dell’altro imputato Marco Gentile, fabbro di Gradoli. Per portarli via, servì l’aiuto dei vigili del fuoco, che  li trasportarono fuori dal laboratorio con una gru.


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17 febbraio, 2015

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